I vostri ricordi sul terremoto

testimonianze personali degli alunni testimonianze delle persone intervistate dagli alunni
I vostri ricordi Le Foto del terremoto

 

 

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Ero effettivo alla 5^ sezione disinfezione con sede all'ospedale militare di Udine.  
Eravamo seduti sui gradini che portavano alle camerate, mancavano ormai pochi giorni al congedo e non avevamo voglia di andare in libera uscita.  
Erano appena passate le 21. 00 quando sentimmo una leggera scossa, ci alzammo dicendo scherzando: 
"Spostiamoci che se vien giù un cornicione non torniamo a casa. . . " 
Abbiamo fatto in tempo a fare cinque metri che la terra ha cominciato a tremare e dovetti sedermi perché non riuscivo a stare in piedi.  
Siamo andati al centralino e il centralinista che era in contatto con il comando della Julia ci ha detto che i radioamatori stavano descrivendo cosa era successo a Moggio, a San Daniele e a Gemona e che la caserma Goi era crollata e che c'erano dei morti. Camurri, Galletta l'autista e io, abbiamo fatto un finto foglio di marcia, abbiamo preso un CM e siamo andati a Gemona ("al massimo ci mettono in galera perché abbiamo "rubato" un mezzo dell'esercito", ci siamo detti).

 Quando siamo passati da Magnano, l'albergo che vedevo quando andavamo in servizio verso la Carnia, non c'era più: c'era solo il tetto appoggiato per terra. . .
Mi sono messo a piangere e Camurri mi ha dato una sberla.  
Polvere, polvere, polvere;  la luna grandissima e rossa, i tralicci che facevano scintille blu.  
Siamo arrivati alla Goi. Erano tutti radunati nel campo centrale, avevano fatto un cerchio con i mezzi e illuminavano con i fari, avevano recuperato dei materassi e adagiavano i feriti a mano a mano che li recuperavano.  
Ho parlato con un Sottotenente che ci ha consigliato di tornare a Udine con due feriti che erano trasportabili: un'anziana signora con una gamba rotta e un Alpino ferito alla testa.  
Siamo tornati all'ospedale militare, abbiamo telefonato al Col. Aschettino e abbiamo raccontato cosa avevamo visto.  
Siamo stati due giorni ad aspettare di poter partire e tornare a Gemona. . .

                                                                     Marco Zaccaria  (25/5/2006)


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Testimonianze sul secondo terremoto del ’76

 

 

Il giorno 11 settembre, alle 11:30 arrivò il secondo terremoto dell’anno 1976 che sconvolse l’intero Friuli abbattendo anche le ultime speranze di riedificazione nell’animo della popolazione.
Ricordo che stavo consegnando la corrispondenza nella zona più vecchia di Tolmezzo, precisamente in Via Del Fante (o Borgàt);  dovevo recapitare una raccomandata alla famiglia Querini che abitava al primo piano di un antico palazzo;  per arrivarvi dovevo aprire una porta che dava sulla strada, percorrere un corridoio dai soffitti bassi, salire le scale esterne, suonare il campanello, entrare e far firmare il registro delle raccomandate. . .
Quando la signora firmò, mi invitò a bere qualcosa… non ebbi neanche il tempo di rispondere che un silenzio irreale avvolse ogni cosa attorno a noi;  mi sembrava di essere sotto una campana di vetro priva di ossigeno… gli uccelli non cantavano più, non udivo i motori delle auto in strada o i bambini giocare.
Improvvisamente, percepii un boato cupo provenire da una direzione indeterminata, sussultai… Pochi attimi dopo, dalle viscere della terra si scatenò un tremendo movimento tellurico, il pavimento cominciò a tremare, i muri a vibrare, non riuscivo a sentire le parole della signora perché quel rumore cupo e prolungato soffocava tutti i suoni. . .
Udii solamente un grido, acuto, terrorizzato provenire da lontano…
Guidato dalla sola paura e senza esitazione, abbandonai rapidamente l’appartamento.
Percorsi le scale a salti senza riuscire a reggermi in piedi e giunto al sottoportico notai che la porta, che avevo lasciato aperta, si stava chiudendo repentinamente, lasciandomi intrappolato nel buio.
Vagavo alla cieca, sentivo il desiderio di sopravvivere forte come non mai.
Non so bene come ma mi ritrovai in strada, immerso nel caos e nell’oblio;  un orribile scenario mi circondava;  dagli edifici si staccavano tegole, camini e interi cornicioni.
Una polvere asfissiante si alzava dal terreno, la gente sgomenta usciva dalle case invocando aiuto.
I secondi passarono lenti, quasi che il tempo si fosse fermato, poi, repentinamente com’era iniziata, la scossa si esaurì. Caddi in ginocchio mentre gli abitanti correvano attorno a me.
Cominciai a piangere dalla paura, rivolgendo il pensiero a mia moglie e alle mie due figlie che si trovavano a casa, a Betania.
Raggiunsi in fretta l’ufficio postale, aprendomi la strada tra le macerie.
In lacrime, chiesi al direttore il permesso di lasciare il lavoro e raggiungere al più presto casa.
Quando arrivai, tutta la mia famiglia era in pensiero per me, solo quando fummo tutti riuniti nel cortile, la calma ritornò, calma apparente però, perché temevamo una nuova scossa di assestamento.
Tuttora ricordo poco delle ore successive al terremoto, forse abbiamo dormito qualche notte in macchina prima di tornare nei nostri amati letti
Mi dispiace di non essere riuscito, in queste righe, a trovare le parole giuste per descrivere quegli attimi tremendi e le sensazione che ho provato. Momenti agghiaccianti che invadono completamente il corpo;  si trema e si piange pensando a quanta forza possiede la natura quando si scatena e ci rendiamo conto della nostra impotenza, come genere umano…

                                                                       Baldo B. (15/6/2006)

 

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15 settembre 1976 


L’inattesa e forte scossa del 15 settembre 1976 aveva fatto riemergere paure e timori che a fatica si erano appena sopiti, riproponendo nuovi e più pressanti problemi, riaprendo e aggravando le lesioni provocate dagli eventi tellurici del maggio. Si era generato un nuovo stato d’animo di incertezza, soprattutto per chi era rimasto in casa dopo le scosse del 6 maggio, creandosi anche una nuova emergenza soprattutto in vista dell’inverno. Era pure iniziato l’esodo verso Lignano Sabbiadoro e Grado per trovare un po’ di pace e serenità seppure sempre con il cuore alla propria casa. Molti erano comunque rimasti a Tolmezzo proseguendo la vita come se tutto fosse normale. La scossa del 15 aveva avuto, però, alcune avvisaglie: una l’11 settembre, un’altra il 14 pomeriggio, verso sera, breve ma intensa ed una poco dopo le 5 della mattina del 15 che aveva spinto molta gente a scendere in strada con la segreta speranza che i sommovimenti sismici si fossero esauriti. Ma il bello doveva ancora venire. Erano circa le 11 quando l’”orcolat” si è ripresentato più cattivo che mai e questa volta il fuggi fuggi è stato generale. Chi scrive, dall’ufficio (la segreteria della Procura della Repubblica) che dava sul Duomo ha visto l’edificio sacro gonfiarsi, sembrava dovesse esplodere;  la cassaforte nella stanza è stata spinta in avanti di almeno un metro. Si sentivano gli scricchiolii delle crepe che si aprivano sui muri. Fortunatamente non ci furono morti. Tutti gli edifici sia pubblici che privati furono evacuati e la gente si ritrovò in strada. Partì allora l’operazione “un tetto per tutti”. La difficoltà di porre rimedio ai problemi contingenti della nuova emergenza che si era creata derivava dalla fluidità della situazione, in quanto era difficile accertare in tempi brevi il reale stato dei fabbricati e chiarire in termini tecnici e più concreti l’agibilità degli edifici già visionati ed ancora da esaminare e, quindi, l’assegnazione degli alloggi precari agli aventi diritto con tutte le difficoltà burocratiche. Come ricorda l’allora sindaco Piutti “da qui anche una certa difficoltà nei rapporti con i funzionari del commissario straordinario, non sempre portati a considerare nella esatta gravità la situazione di Tolmezzo in rapporto ad altri centri”. In realtà erano stati accertati rilevanti danni sia nel capoluogo che nelle frazioni. Circa mille duecento famiglie avevano fatto richiesta di prefabbricati, mentre le commissioni avevano accertato 660 casi di inagibilità, alcune a lungo, altre a medio termine. Per questo si era convenuto, con il commissario straordinario, di mettere in opera due tipi di interventi: un congruo numero di containers collocati a pioggia e 330 alloggi costruiti in concessione dal Comune, che si era accordato con la ditta Socomet di Milano la quale realizzò, durante i mesi invernali quattro villaggi a Tolmezzo ( tre lungo via Val di Gorto e uno nella zona del Blancon), uno a Caneva, uno a Imponzo e uno a Terzo. Un ulteriore intervento era stato attuato con l’assegnazione di una cinquantina di roulotte messe a disposizione per casi particolari dando così un alloggio, sia pur precario a tutti gli aventi diritto accertati. L’azione del Comune si mosse anche verso la direzione del ripristino o della ricreazione di servizi idonei alla ripresa della vita sociale in ogni suo aspetto. In particolare in collaborazione con la Provincia, le scuole ricevettero le maggiori attenzioni con la realizzazione in breve tempo di due asili: uno presso le suore Gianelline ed uno nuovo ubicato nella zona di via Morgagni. Successivamente si passò al ripristino del vecchio asilo di via De Marchi. Con la Croce Rossa, inoltre, era stata concordata la costruzione di un asilo nido per aiutare le madri lavoratrici non solo di Tolmezzo ma anche dei centri limitrofi. Relativamente alle scuole elementari e medie si era proceduto, sempre di concerto con la Provincia, alla costruzione di due plessi di otto aule ciascuno: uno nella zona del centro studi;  l’altro in via Val di Gorto. Nel frattempo vennero portati avanti i lavori di riparazione ed adeguamento antisismico di tutte le scuole che ne avevano bisogno. I Salesiani avevano provveduto ad allestire un capiente prefabbricato nel cortile, messo a disposizione dall’Austria, per la prosecuzione delle lezioni alla scuola media “don Bosco”. In collaborazione con l’associazione commercianti e artigiani si era provveduto ad individuare delle aree per l’installazione di un gruppo di prefabbricati inseriti sul rilevato del centro storico (a ridosso della roggia) sulle vie Del Din e Linussio, destinate a scopi commerciali e in via Paluzza a scopi artigianali. L’ospedale, anche se precariamente aveva ripreso a funzionare nei prefabbricati messi a disposizione dalla Croce Rossa nei pressi del nosocomio stesso. In tempi brevi anche la Casa di Riposo si era riattivata per merito soprattutto dell’allora presidente Bonutti. Fu aperta l’ala nuova potendo dare ospitalità anche ad anziani provenienti da altri paesi. Si era creato anche un servizio di infermeria per i degenti. Gli uffici comunali, nel frattempo, erano stati trasferiti provvisoriamente nei locali del campo sportivo e in prefabbricati in via Val di Gorto. Dopo la chiusura di via Roma con il puntellamento degli edifici e dei portici in stato precario fu rivista e razionalizzata la viabilità anche per poter impostare correttamente la riparazione e la ricostruzione valorizzando la partecipazione dei cittadini alle scelte e ciò nella linea di una mediazione tra interessi privati e collettivi tendendo a un recupero che desse garanzie sotto il profilo statico e funzionale, ma garantisse allo stesso tempo la conservazione dei valori storico-ambientali”. E così è stato.

                                                                  Fausto Coradduzza  (15/9/2006)

 

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6 maggio 1976 

 

Ciao, io ho un ricordo tristissimo dell' epoca. . .
Nel 1976 io e la mia famiglia vivevamo in Veneto, premetto che mamma è friulana (di Arta), ma avevamo parenti sparsi in tutta la Carnia.
6 maggio 1976 ore 9 e02 di sera. . .  la mamma casualmente sente il tg ediz. straordinaria . . .  
"Terremoto in Friuli, rase al suolo Gemona, Venzone, Osoppo. . . "
Nessuno parlava, mamma piangeva: "Prepariamo le valigie, si parte immediatamente per Gemona"
Il papi prepara il bagaglio della vecchia simca, adagia le valigie fatte in fretta, si sale in macchina: io12 anni, mio fratellino2anni, mia sorella10 anni e i genitori.
Alle 2 si arriva nei paraggi di Gemona.  
Devo dire che se esiste l' inferno agli occhi di una bimba di 12 anni, credo di averlo visto quella notte. . . una catastrofe!
Gente che piangeva, tende in allestimento, carabinieri, alpini, polizia, infermieri, dottori, ambulanze, c' erano tutti. . .
Ricordo la dolcezza di un carabiniere  "buinesere, ce faseiso?da dula seiso?"
Mamma spiega che avevamo viaggiato 4 ore per sapere qualcosa dei nostri parenti, la linea telefonica era interrotta, non sapevano nulla dei nonni, zii, cugini, parenti, nulla!
La mamma parlava un friulano stretto io non capivo molto;  si avvicinò un signore e disse: "Domani alle10 vado su con la gip a Tolmezzo (avevamo gli zii e cugini), vi posso portare io".
Passammo la notte in tenda.  
La mattina dopo alle 10 partimmo col signore (un alpino DOC, di 65 anni!) buono come il pane, gentilissimo.
Ci portò nella zona delle tende dove c'erano le persone che avevano la casa inagibile.
Trovammo quasi subito la zia, i miei cuginetti di 7 e 4 anni, spauriti, chiedevano dei nonni di Arta. . .
Non si aveva nessuna notizia. . .
La mamma pregò il signore di portarci ad Arta a vedere dei nonni.
Arrivammo. . .  I nonni stavano bene, rifugiati nel cortile dei vicini, ma la casa. . . era inagibile: crollati il tetto e le camere.
In Friuli ci fermammo fino al 15 settembre.
Papà dette una mano al nonno a rifare il tetto, tanta gente di tutta Italia ci dette una mano.
Un grazie particolare a tutti gli alpini!
Agli occhi di noi bimbi di allora, fu un trauma, ma ci insegnò tante cose.
Abbiamo visto l' amore con cui la gente ci aiutò, l'altruismo, la volontà di tutto il popolo friulano che non stette con le mano in mano, che in pochi mesi si dette da fare, e nel giro di pochi anni ricostruì la zona storica di Gemona. . .  
Porto nel mio cuore per sempre la storia di ognuno che conobbi allora, e sono fiera di essere la figlia di una friulana.

                                                                                        Sabry  (2/3/2007)

 

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Ero militare nel periodo del terremoto. Svolgendo lavoro di soccorso per la popolazione colpita dal sisma del 6/ 5 /76 e in mezzo allo sconforto e desolazione ho potuto constatare la voglia e la caparbietà della gente colpita dalla catastrofe di ricominciare e ricostruire di nuovo.
Complimenti.

                                                                           Airò Oreste  (28/11/2007)

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Ho scritto una riflessione sulla popolazione colpita dal sisma perché mi sembrava giusto dare merito al coraggio e forza d'animo dimostrato in quei momenti duri.
Io ero militare e per me era un dovere aiutare la gente terremotata, aiutare a scavare con le mani per cercare di riuscire a tirare fuori i corpi più intatti possibile e, se era possibile, vivi.
Ho lavorato tutto il periodo del terremoto a Gemona dove c'è stato l'epicentro e, ripeto, devo fare i complimenti alla popolazione per il coraggio dimostrato.  
Avrei una piccola richiesta: se fosse possibile avere un dvd solo dei filmati di Gemona del terremoto pagandolo naturalmente. GRAZIE.  
Sono tornato dopo circa 10 anni e sono rimasto meravigliato nel vedere Gemona ricostruita, e l'unica cosa che mi ha ricordato quella tremenda notte è la torre e la facciata della chiesa lasciti come simbolo.

                                                                            Airò Oreste  (29/11/2007)

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Ero di stazza nel 27° reggimento artiglieria pesante semovente quel 6 maggio alle ore 21. 05.
 La mia caserma, cioè l'Osoppo, aveva un piccolo distaccamento vicino a Bejvars.
 La mattina fatidica trovandomi in confine in quella campagna con una stalla con tanti animali si aveva l' impressione che le bestie dalla mattina non facevano altro che lamentarsi e non ci si spiegava il motivo.
 La sera invece si capì il perché.
 Era una cosa apocalittica: quasi tutti gli antifurti acustici si misero a suonare mescolati alle sirene dei mezzi di soccorso.
 Furono mesi di vera emergenza.  
Ora sono come volontario nella Protezione Civile e ho partecipato alle ultime due emergenze: Umbria e Molise.

                                                                     Costanzo  (5/1/2008)

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ERO MILITARE AL 27 REGGIMENTO OSOPPO, UDINE, CASERMA NANNINO.  
NON E' FACILE DIMENTICARE IL 6 MAGGIO.
DOPO LA PRIMA SCOSSA ANCORA INTATTI, MA LA SECONDA E' STATA TERRIBILE.
 MI SONO FERITO ALLE GINOCCHIA, MA NON ERA NULLA A CONFRONTO DI QUEI COMPAGNI VICINO A ME.  
ABBIAMO SCAVATO GIORNO E NOTTE.
 NON AVEVO PIU' LACRIME.  
MI E' RIMASTO IMPRESSA LA GENTE FRIULANA. CHE CORAGGIO!
                                                         
                                                                    PAOLO 250408  (25/4/2008)

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Ad una amica friulana di Gemona che vive all'estero incontrata per caso su internet. Ma non credo nella casualità. . . . Poi, prometto, parlerò del 1976 solo se me lo chiederai esplicitamente e dopo un click su "OK" per conferma.  
Ho dormito poco questa notte. I nomi a volte si confondono e la"Goi" diventa la Osoppo, dove a Udine avevamo il deposito dei disinfettanti. . .  
Non vorrei che tu pensassi di essere incocciata in uno di quei blocchi marmorei che vive di passato. . .  
Anzi sono un fervente predicatore del "qui. . . ora. " L'Universo tuttavia, visto che mi diverto un casino con lui, a sua volta pretende pegno e si diverte alle mie spalle.  
Avrei dovuto aspettarmelo: proprio ieri, stanco di birre locali che si trovano qui a Varsavia, ho avvistato sugli scaffali dell' Auchan le bottiglie di birra Moretti: la mia prima birra;  non avevo mai bevuto birra prima dell'arrivo a Udine, non mi era mai piaciuta;  la cosa più alcolica che avevo bevuto prima del militare era stato il latte.  
Poi quel "UD" nel profilo del tuo account. Pensavo di aver sprangato bene le porte di quel periodo del passato, ma devo averle legate, si vede, solo con un filo di paglia.  
Quando questa sera ho letto "Gemona" nella tua e-mail, il filo ha ceduto, una marea di emozioni sono arrivate tutte insieme senza che sia più riuscito a dar loro un nome. . .  
Rabbia, impotenza, ansia e speranza quando sentivi i cani da ricerca abbaiare, poche volte gioia, molte volte mestizia e delusione, il rimorso per non aver potuto fare di più, l'ammirazione per Gente che si scusava per non avere più nulla da offrirmi se non inconsapevole esempio di determinazione.  
Immagini di case. Divenute in un minuto trasparenti, che raccontavano le storie di chi in esse pensava di trovare sicuro rifugio e che da esse invece era stato tradito.  
Ricordo di un viale di bare, tutte allineate, da annaffiare con disinfestante e disinfettante: ordini superiori che insieme ai batteri ed agli insetti uccidevano anche la dignità di chi vi era adagiato;  il riguardo era un lusso che non ci si poteva permettere. . .  
Si doveva pensare alla salute dei vivi. Animate discussioni con funzionari che dovevano dissimulare il dolore, dimostrando freddezza e razionalità parlando di sepolture in fosse comuni che comprendevano anche persone a loro care: anche i privilegi erano lussi aboliti.  
Galline che si erano radunate intorno a quattro sassi ancora in equilibrio, quello che rimaneva del loro pollaio e che rassicuravano così il loro proprietario: "Vedi, mica sono andate via loro! Vogliono che gli ricostruisca la casa, comincio da lì, Mandi!" ". . . Mandi!"   "Non sotterrate gli animali! Passeremo noi a ritirarli!"  Bisognava preservare la falda. Strisciare in quel che restava della farmacia e recuperare il recuperabile. . .  
Piccola scossa. . . Di assestamento le chiamano, ma quella definizione gliela puoi dare dopo, quando è finita e provi a riaprire gli occhi. . .  
Chissà perché ho sempre pensato che la morte vada affrontata ad occhi chiusi. . . Forse per avere un fondo nero su cui incollare velocemente le istantanee più belle registrate in memoria, per un'ultima occhiata. . . Per avere negli occhi i sorrisi più cari. . . Forse è una deformazione professionale.  
Paura, Freddo, Fame. . .  
La cucina da campo e la coda per la cena: "Prima i civili". "Mi spiace non è rimasto più niente" "Fa niente, magari domani andrà meglio". Era l'unico momento in cui sentivo che anch'io potevo donare qualcosa.  
Finalmente dopo trentadue anni questa notte sono riuscito a piangere.  
Grazie 
                                                                                                Zac  (13/9/2008)

 

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Il 6 maggio 1976, ero militare a Gemona nella compagnia "Genio Pionieri" nella caserma "GOI".  
Alcuni miei commilitoni sono rimasti uccisi nell'evento.  
Anche il mio carissimo amico Livio SCIULLI è rimasto vittima.  
Una immane tragedia che ha sconvolto le nostre giovani vite e distrutto interi paesi.

                                                                                           Salvatore Carosella  (31/12/2008)

 

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Io il 6 maggio 1976 avevo 13 anni ma non vivevo in Friuli.
Abitavo al lido di Venezia.
Quel giorno ero andato a Verona in gita scolastica e ricordo, lo ricordo bene, faceva molto caldo, un'afa opprimente, tanto che la mia prof di Italiano disse che era "tempo da terremoto".
Quando rientrai la sera, i miei genitori stavano uscendo a cena presso amici.
Io rimasi in casa con i fratelli, mi sedetti a tavola per cenare: davano un film western per la tv.
Subito dopo le 21 la credenza di fronte a me iniziò a sussultare e subito anche il tavolo tremava sempre più forte;  i fratelli mi guardavano con occhi sbarrati e terrorizzati mi si strinsero addosso ma non piangevano.
Nemmeno io urlai, né piansi. Saltò la corrente!
Scendemmo le scale al buio facendoci guidare dal corrimano e non appena raggiunto il pianterreno squillò il telefono, pensai che di sicuro erano mia madre e mio padre e mi precipitai nuovamente a casa, al 4 piano ansimando,
pensando "arrivo mamma, papà, stiamo bene, noi stiamo bene", risposi alla cornetta tranquillizzandoli.
Le prime notizie arrivarono via radio mezz'ora dopo, ma non si capiva ancora dove fosse l'epicentro del sisma.
Poi la notizia ufficiale. . . ma non si sapeva ancora della tragedia.
Mi ci volle molto tempo per realizzare che nel momento in cui tutto tremava attorno a me, a 150 km di distanza morivano quasi 1000 persone sotto le macerie delle loro case.
Se a Venezia la terra tremava così forte, ho pensato, lassù quello che si avvertiva deve essere stato allucinante.

                                                                                        Antonio  (2/2/2009)

 

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In quei giorni lavoravo come fotoreporter indipendente per un'agenzia di Milano,
e poiché quando è successo non c'erano fotografi in sede,
 sono stato subito contattato e sono partito immediatamente alle 10 di sera.
Il mio primo impatto è stato nel primo paese (Maiano? Buia? non ricordo), c'era un distributore aperto, e di fianco a me un'altra persona che arrivava da Gemona.
Parlando mi ha detto d'aver perso tutto tranne quella macchina e stava cercando di partire per gli USA dove aveva dei parenti. Ho ancora una diapositiva allucinante del cinema di Buia
con il cartellone ballonzolante del film che davano quella sera: La città verrà distrutta all'alba!
Ricordo una telefonata fatta da una caserma in collegamento con Radio Cremona e, mentre telefonavo, ho visto il maresciallo schizzare fuori, ed in effetti ho sentito una nuova scossa.
Lo stesso maresciallo mi ha raccontato che la sera era fuori con un collega, e tutti e due si sono ritrovati per terra che saltellavano per le scosse.
Lui verso destra, il collega verso sinistra, verso una casa, che è crollata, seppellendolo.
Ricordo Gemona, al mattino, ero insieme ad un operatore di Telemontecarlo e, nel silenzio assoluto, rotto da una grondaia che cigolava mossa dal vento, un telefono si è messo a suonare, a lungo; 
ci siamo guardati, senza parole, gli occhi dicevano già tutto.
Molti altri ricordi, ma non voglio dilungarmi.
Aggiungo solo che da quei giorni ho smesso di lavorare con l'agenzia, non ho più  fatto cronaca, non ho lo stomaco.
Gli occhi della gente che ho incontrato mi scavano dentro ancora oggi.
Solo foto di viaggi da allora!

                                                                                                   Roberto Ranelli-Shiva  (7/4/2009)

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Vedendo le immagini del terremoto in Abruzzo,
 mi sono tornati nella mia mente immagini del Friuli '76.
Ero militare a Casarsa della Delizia e sono stato presente tutto l'anno nelle zone di Peonis, Gemona e Trasaghis.
Essendo all'epoca giovanissimo, forse nemmeno mi rendevo conto del disastro che vedevo, ma oggi vedendo le immagini in Abruzzo, mi è venuto un groppo in gola e ho rivisto immagini che credevo aver cancellato dalla mia mente.
Dare conforto ai terremotati sarebbero parole di circostanza.
Dico solo che ho vissuto il mio anno di leva in un campo composto di tende con persone coraggiose che facendo forza sull'unione, coraggio e tantissima volontà, hanno combattuto contro le avversità che purtroppo la vita ci riserva.
Con il cuore sono in Abruzzo che, sono certo,
avrà la stessa forza e coraggio dei Friulani e di noi tutti presenti in quel 6 maggio '76.
 Per mia esperienza, mi sento di suggerire una cosa: prima di pensare alla ricostruzione è bene pensare per primo al presente per cercare di mettere in condizioni ideali le persone colpite per dar loro quel coraggio e volontà di riprendersi.
Sono uno di voi.
Questa è scritta con il cuore.
                                                 
                                                                                                 Francesco  (7/4/2009)

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La sera del 6 maggio in tantissimi militari eravamo in un cinema di Casarsa;
all'improvviso lo schermo ha cominciato a lampeggiare come luci psichedeliche.
 Siamo scappati tutti fuori senza sapere perché.
 Fuori era tutto buio e c'era un odore stranissimo che sembrava di vino, ci guardavamo tutti in faccia e nessuno sapeva cosa era successo, al passare di una ar militare siamo corsi in caserma e lì abbiamo saputo, ma ci siamo resi conto solo il giorno dopo, vedendo immagini che mai avremmo immaginato di vedere.
                                                                                          
                                                                                                   Francesco  (7/4/2009)

 

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IO IL 6 MAGGIO AVEVO 10 ANNI E VIVEVO AD ARTEGNA, VICINO GEMONA.
 IL TERREMOTO NON SI PUO' DIMENTICARE.
                                                                                                  Anna Copetti  (8/4/2009)

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Ero in Friuli, nel settembre1976.
Ero, insieme a Susy, la piccola mascotte del gruppo di aiuto volontario di Genova.
E' stata una esperienza, quella del terremoto, a dir poco allucinante.
Terrore allo stato puro! E' un evento naturale che ti lascia senza fiato, ti fa sentire piccola come una formica.
Ero già consapevole della sofferenza, non ho avuto una vita facile!
Ma è stato lacerante, per me, assistere alla orrenda perdita, per tanti friulani, degli affetti più cari, dei propri punti di riferimento, delle proprie case. . . pouf. . . . crollate in un attimo. . . . !
Quante storie mi hanno raccontato, di tanti coraggiosi friulani, che si erano trasferiti all'estero, per riuscire ad accantonare quel che bastava, per costruire la propria "casa". . . teneramente chiamata nel loro melodioso dialetto: "il fogolar".
Credete, non avevano più occhi per piangere.
Sacrifici di anni, polverizzati in pochi secondi! Affetti radicati, sfuggiti in un attimo e. . . . in modo così tremendo. . . . . . !!!!
Eppure, la bimba d'allora, ha un moto ancor oggi d'ammirazione per la gente friulana!
Quanto coraggio. . . . quanta dignità. . . . quanta generosità!
Non avevano più niente, in senso materiale, ma il pochissimo se lo dividevano fra tanti.
Quanto calore espresso con abbracci e sorrisi e strette di mano!
In quei giorni, mi hanno fatto sentire orgogliosa d'essere genovese, solo perché eravamo lì con loro a dividere la loro tragedia.
Io, con Susy e altre, facevamo animazione con i bimbi, all'interno della tendopoli, allestita a Maiano.
Il terremoto ti lascia una orrenda sensazione di panico. . . . !
Ma la mia esperienza mi ha arricchito da un punto di vista umano e non mi ha lasciato più.
Grazie ai friulani, dò il giusto senso alle cose. Mi sacrifico per ottenere beni materiali (vedi la casa), ma sempre con un certo distacco.
In fondo, ci sono accadimenti più grandi di noi, che in pochi secondi ti portano via tutto!
Ma, il calore, la dignità, nessun terremoto, per quanto terribile possa essere, riesce a portarteli via. . . . . mai. . . . !
Grazie, gente generosa del Friuli, a distanza di tanto tempo, vi elogio con tutta la mia enorme ammirazione.
Siete stati una meravigliosa pagina di vita!
Oggi ho una figlia a cui ho raccontato la mia esperienza.
Colgo l'occasione, per ringraziare quanti facevano parte del gruppo volontario di Genova: Benedetta (la capo-campo), Angelino, che ci divertiva con il suo motto cantato che tutti al campo, abbiamo imparato: "aggiu persu na' pecura e non l'aggiu' truvata", sicuramente non genovese, ma molto molto divertente ed esilarante: la cantavamo dappertutto e forse qualche friulano di San Daniele, di Maiano, di Osoppo, Buia e Venzone, lo ricordano ancora!
Ciao Agostino. . . . ciao alpini. . . ciao a tutti.
Siete grandi!
                                                                                Graziana.
Colgo l'occasione per fare una carezza alla splendida gente d'Abruzzo.
Vi siamo vicini, coraggio, che DIO vi benedica e che ci siano tante belle azioni, che un pochino vi possano consolare e fattivamente vi sia data la possibilità, nel più  breve tempo possibile di ricostruire la vostra vita.
Con simpatia grazi

                                                       Grazy camp  (11/4/2009)

 

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114 battaglione mecc moriago tarcento ore 21. 06 prima scossa infinita. . . .
incertezza sull'accaduto poi commilitoni siciliani riconobbero l'accaduto: TERREMOTO!
Caserma UGO GIAVITTO Tarcento (UD) 6/maggio/1976 3° 75
                                                                  

                                                                          Riccardo S. Ferrara  (12/4/2009)

 

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6 maggio 1976. Provincia di Padova. Cittadina adagiata ai piedi dei Colli Euganei.
Vicinanze Duomo dedicato a Santa Tecla (con Pala d'altare del grande Tiepolo a troneggiare su una chiesa a pianta ovale piuttosto unica nel suo genere).
Casa mia. Piccola festa di compleanno per il maschietto nato due anni prima.
Ci sono i nonni e si sta fuori, a mangiare la torta, così i bambini giocano e i grandi respirano.
 Si soffoca: che strano caldo, guarda le rondini come passano e ripassano sulla nostra testa, ma cos'hanno?
E' un caldo eccessivo a maggio. Tanto dopodomani per il mio compleanno pioverà, è così, me lo sento.
Però quando è nato tuo fratello non pioveva. Il nonno guarda il cielo in silenzio: azzurro, rosa, bianco, no, giallo, traduce mentalmente sulla tela, il raggio d'oro dell'ultimo sole.
Dipinge sempre meno e se ne sta zitto. Ci guarda correre.
"Strulline", mormora al nostro indirizzo. Forse pensa ai tramonti della sua città, Firenze, a quel caldo asciutto e penetrante. Sembra estate.
6 maggio 1976. Gemona del Friuli. Caldo. Troppo caldo.
Ci sono le solite nubi attorno alla cima di una delle tante montagne che circondano la città pedemontana, quella sovrastante. "Se il Cjampon mette il cappello, va' a casa e prendi l'ombrello" recita un detto contadino.
Più che nubi è quella foschia opprimente, quasi estiva.
Se fa così caldo a inizio maggio, che estate avremo? Odore di erba e profumo di fiori.
C'è Rosario stasera, bambini, il pievano si è raccomandato che ci siate tutti.
Si cena presto, qui, alle sei e mezzo, i ritardatari alle sette.
La campana chiama a raccolta verso le otto.
Dai, che dopo giochiamo.
San Cristoforo emerge dalla facciata del Duomo e guarda i bambini, impercettibilmente stringendo Quello che reca in spalla.
Ma nessuno lo vede. Le bestie sono inquiete nelle stalle e nei cortili, i cani abbaiano continuamente.
Anche le rondini attraversano svelte il cielo striato nel rosso presagio di sangue.
Il Castello veglia dall'alto la piazza del mercato e la Piana verso Sud-Ovest, sognando il tempo dei suoi splendori.
Ore 21, circa. La terra trema.
Uno scricchiolìo sordo.
Mamma cos'è? Fuori, via, fuori. Aspetta. Fuori! Non è niente. Passato. Passato? Per sicurezza. ma no, è finito.
Torniamo in casa. Io voglio stare fuori. Tu vieni dentro, è ora di andare a dormire.
Ore 21. 06. Un rumore lontano, un brontolìo. Cos'è?
Sale di tono, mentre la terra comincia a girare, a ondeggiare, a sollevarsi, a rigirarsi.
Le cose perdono l'equilibrio.
Il rumore ora è assordante, come migliaia di rami spezzati, come vento impetuoso e devastante.
Le case perdono l'equilibrio.
Grida altissime, urla di bocche e di occhi che non vedranno una nuova alba.
E la terra non smette di scuotere la propria veste. Le persone perdono l'equilibrio. Si aggrappano inutilmente ai muri che le ricoprono sgretolandosi in pezzi di piombo.
Chi può tenta di fuggire, accorgendosi di non poter fare un passo.
Perché non finisce? Mamma, dove sei?
Ore 21, 07. Silenzio. Irreale. Tremendo. Polvere fitta. Buio. Morte.
Ore 22. 00. Provincia di Padova, Cittadina ai piedi dei Colli Euganei.
Mamma era il terremoto? Sì. Come quello dell'anno scorso? Sì.
Adesso però andiamo a dormire, vi lascio la vestaglia sul letto.
Non mettetevi il pigiama, se sentite rumori scendete subito giù e andate fuori. Mio padre è agitato.
Hanno detto Genova, quei deficienti alla televisione, è Gemona, vedrai, non lo avremmo sentito così bene altrimenti.
Telefona a tua madre. Non si prende la linea.
Dio mio, domani partiamo. Bambini, a letto. Mamma sorride. Non è niente, dormite tranquilli.
7 maggio 1976. Messaggero Veneto. "Alle ore 21. 06 una scossa sismica del decimo grado della scala Mercalli ha devastato Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento, Forgaria, Vito d'Asio e molti altri paesi della pedemontana.
Generosa opera di soccorso per estrarre le vittime dalle macerie.
A Udine e in tutti i centri della regione una notte di paura e di veglia all'aperto.
L'alba ci mostra i segni dell'immane disastro. "
La scossa investe 77 comuni con circa 60. 000 abitanti. Muoiono mille persone, 400 delle quali nella sola Gemona.
45. 000 sono i senzatetto. Migliaia di Vigili del Fuoco, con oltre 600 mezzi, intervengono immediatamente con le componenti dello Stato presenti sul territorio colpito (Esercito, forze dell'ordine, volontari).
Alla fine di quel maggio tetro e piovoso scrive Vittorio Meloni sul Messaggero Veneto: "I friulani non hanno pianto, e il mondo si è meravigliato. Hanno tutti detto che è gente fiera, migliore ed esemplare.
E' giusto, è vero, ne siamo da anni testimoni.
Ma dentro, dentro il pianto è forte, è acuto, punge. I morti conosciuti e quelli che non abbiamo saputo sottrarre alle macerie ci parlano con le parole del bambino che voleva, che sperava, di tornare a scuola.
La voce di quel morticino innocente è l'unica più forte che dobbiamo sentire nei giorni duri che verranno.
Tornare a scuola, continuare a vivere, rifare le case, ricostruire il Friuli.
Grazie a Dio è tornato il sole.
Dobbiamo ricominciare, com'è accaduto nei secoli dopo ogni sventura.
Con l'aiuto della parola dei nostri morti. "
Nel 1986, ad appena dieci anni dal sisma la ricostruzione è terminata. Case, scuole, ospedali, caserme, strade, linee ferroviarie. Il lavoro di migliaia di volontari, di specialisti e di tutta la gente di qui ha reso possibile una specie di miracolo.
Nessuno potrebbe capire, vedendo i posti oggi, la devastazione disperante di quei giorni di maggio.
Ogni anno, da quell'anno, il 6 maggio, alle 21, Gemona ricorda i suoi morti, dal Duomo ricostruito e bellissimo,
con quattrocento rintocchi che ancora, nonostante i tanti anni trascorsi, la ricostruzione conclusa, il nuovo splendore di queste zone, fanno tremare il cuore.

                                                                                  Ilde Menis  (16/4/2009)

 

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Mentre noi volontari ricostruivamo il tetto della stalla di Rino l'Alpino a Sarnico inferiore, ci colpì una signora molto anziana che dalle 7 del mattino fino al calare del sole entrava e usciva dalla sua casa riempiendo e svuotando di macerie una carriola.
L'unica persona dell'Aquila che ho conosciuto in Friuli era un volontario come me, non ricordo il nome, so che frequentava l'università e che suo padre era un carabiniere.
Chissà dov'è oggi, speriamo bene.
Paradossi della vita. Ovunque tu sia, un abbraccio.

                                                                                                    Pietro-Pierino  (21/4/2009)

 

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Ero caporale militare del 5° Battaglione Genio Pionieri Bolsena di stanza alla Caserma Pio Spaccamela di Udine
e voglio ricordare il dimenticato Geniere Giuseppe Colasuonno deceduto a causa dell'evento sismico
in seguito ad una scossa di terremoto dopo una caduta dalla finestra della camerata.
Voglio ricordare i miei compagni di leva che si sono prodigati per gli aiuti alle popolazioni.
Un particolare saluto al mio amico Buttiglieri Pippo.

                                                                                    Antonio (23/4/2009)

 

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Ero un volontario dell'esercito del 9° V. F. P. di stanza al 27° reggimento di Udine in quel giorno del 6-5-'76.
Ricordo con molto rammarico quei giorni, ma oggi ancora di più.
 Abito a Ceccano (FR) vicino l'Abruzzo. La mattina della scossa è stato triste ricordare quella esperienza già passata nel lontano '76.
Un augurio a tutto l'Abruzzo

                                                                                              Carlo Moscardelli  (23/4/2009)

 

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IL 15 SETTEMBRE ALLE 11. 20 MI TROVAVO CON IL MIO PAPA' E UN SUO AMICO FUORI DEL CIMITERO DI ARTEGNA.
 LA TERRA HA COMINCIATO A TREMARE, CI SIAMO ATTACCATI AI CIPRESSI DAVANTI AL PORTONE E ABBIAMO ASPETTATO CHE LA SCOSSA FINISSE, MENTRE PIU' SOTTO IL CAMPANILE SVENTOLAVA COME UNA BANDIERA MA ANCORA UNA VOLTA E' RIMASTO IN PIEDI E TUTTO INTORNO ERANO MACERIE .

                                                                                     Anna C.  (24/4/2009)

 

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Ciao a tutti. Mi chiamo Roberto ed il 6 Maggio 1976 ero appena arrivato a Tolmezzo (Ud) alla Caserma Cantore Btg. Vicenza. Sono Piemontese, di Cuneo e devo sottolineare che, senza Presidenti del Consiglio, Ministri ecc. ecc. in passerella,
come adesso in Abruzzo, la gente Friulana ha dato una lezione di civiltà, fierezza, organizzazione strepitosa.
Ho visto, personalmente, persone che avevano avuto fortissimi danni e lutti in famiglia, preoccuparsi di noi alpini, che venivamo da lontano e pensavano alle nostre famiglie come vivevano questa tragedia.
In occasione del prossimo 6 Maggio 2009, desidero esprimere la mia fierezza di uomo, ad aver avuto la possibilità di vivere quei tristi giorni, in una comunità non di super uomini, ma di uomini e donne VERI. Ciao Roberto.

                                                                                                         Roberto Saulo  (3/5/2009)
 

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Prestavo servizio militare in una caserma della zona.

                                                                                                   Michele  (14/7/2009)

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Giovedì 6 maggio 1976 era trascorso tranquillo e spensierato, con un caldo sole primaverile e un piacevole venticello fresco.
La mattina ero andato a scuola (facevo la seconda elementare), a pranzo dalla nonna, pochi compiti e poi via a correre tra i prati con Filippo.
Mia sorella aveva 6 anni e le piaceva giocare con la sua amichetta Giulia nel retrobottega del negozio di famiglia.
Nel tardo pomeriggio era passato a prenderci nostro padre, come sempre, e ci aveva portati a casa per cena.
Da pochi mesi ci eravamo trasferiti in una villetta in campagna, con una spaziosa veranda e un ampio giardino. Lì ci aspettava la mamma e la sorellina di pochi mesi.
I nostri vicini erano gli zii con la cuginetta e qualche contadino con le vigne e le stalle.
Ogni sera dopo cena la nonna tornava a prenderci: abitava sola in una grande casa nel centro storico, a pochi passi dalla scuola, e noi bambini dormivamo in una delle tante camere libere.
Quella sera ci aveva fatto una sorpresa ed era arrivata con la macchina nuova: una Renault 5 bianca!
Siamo saliti felici, la mamma ci ha raccomandato di non correre e siamo partiti cantando verso la città vecchia.
Abbiamo lasciato alle spalle le villette della nuova zona residenziale e ci siamo infilati tra le stradine del centro,
superato le eleganti vetrine del negozio, l'antica chiesa delle Grazie, i tavolini del bar con gli uomini che giocavano a carte e preso la breve salita che ci avrebbe portato a destinazione.
Sullo sfondo, la rassicurante torre del castello illuminata dalla luna piena.
La casa di mia nonna aveva tre piani: dalla strada si vedeva solo la facciata e un grande portone,
ma all'interno nascondeva un giardino con gli alberi e le rose, circondato su tre lati da vecchie case con lunghe terrazze e, sul quarto lato, un'alta recinzione che dava sul cortile dei vicini, qualche metro più in basso.
Ho aperto il pesante portone e aiutato mia nonna a parcheggiare. Poi siamo entrati e lei ha cominciato a cucinare qualcosa. Mia sorella ha aperto la cartella e tirato fuori un quaderno. Io inseguivo Bobi, il cagnolino di casa, che saltava abbaiando nervosamente tra la cucina e l'ingresso.
Mancavano pochi minuti alle 21. 00 del 6 maggio 1976 e a Gemona la temperatura era ancora gradevole,
tanto che la porta e la finestra che davano sul giardino erano rimaste aperte.
Si sentivano gli uccelli cinguettare. Erano tanti, sembravano uno stormo.
Poi, un rapido fruscio di ali e un improvviso silenzio.
Abbiamo sentito un rumore cupo e il pavimento tremare, come se stesse passando un grande camion.
Ma durava troppo e diventava sempre più forte.
"Bambini il terremoto, sotto il tavolo presto!"
Non era una novità il terremoto in Friuli e ogni tanto si faceva sentire.
In caso di necessità, gli anziani sapevano dove mettersi in salvo. A casa di mia nonna il tavolo era vicino alla parete delle scale. Le scale avevano una moderna struttura in acciaio con gli scalini in legno ed erano state rifatte pochi anni prima. Probabilmente il pesante tavolo da pranzo era uno dei luoghi più protetti della casa.
La prima scossa è durata qualche decina di secondi ed è stata piuttosto forte.
Come aveva cominciato, ha smesso ed è tornato il silenzio.
Mia nonna si è affacciata alla finestra e ha scambiato qualche parola con la zia, che si trovava su una delle terrazze delle case vicine. E' subito rientrata e si è avvicinata alle pentole sul fuoco.
La terra ha ricominciato a tremare. All'inizio un leggero sussulto, poi una serie di violenti balzi e movimenti ondulatori.
Il lampadario oscillava vistosamente e la finestra sbatteva insistentemente.
Si sentiva chiaramente un borbottio carico di tensione che veniva da sotto, le stoviglie che si scontravano dentro gli armadi, gente che urlava nelle stanze delle altre abitazioni.
Ci siamo rannicchiati sotto al tavolo insieme a Bobi. Ricordo il pavimento in granito che si apriva e chiudeva in sottili fessure sempre diverse e non capivo cosa stesse succedendo.
Mi è arrivata addosso dell'acqua: mi sono coperto istintivamente il viso, un vaso di cristallo si è frantumato a terra e le rose si sono sparpagliate nella stanza.
E' saltata la luce e dal quel momento ricordo solo i rumori e il mio respiro.
Il rumore veniva stranamente dall'alto e si sentivamo tonfi secchi, scricchiolii fortissimi, ferro che si contorceva, assi che si spaccavano e pietre che rotolavano sugli scalini in legno.
La polvere diventava sempre più densa e entrava nei polmoni. Respiravo faticosamente e lacrimavo per la polvere.
Tenevo gli occhi chiusi e stringevo forte mia nonna e mia sorella.
Sentivo il tavolo spostarsi e ogni tanto qualcosa mi colpiva. Sembrava non finire mai.
Lentamente la terra si è fermata. Ma non del tutto. Sembrava ferma, ma poi riprendeva, e non sapevi se smetteva o aumentava.
La casa continuava a crollare e sentivo il terremoto scendere dalle scale. La mia principale preoccupazione era respirare. Sputare quello che avevo in bocca. Provare ad aprire gli occhi.
Eravamo circondati da rumori e odori sinistri: cercavo di capire da dove provenivano e cos'erano, ma era tutto diverso e sconosciuto.
Siamo rimasti sotto al tavolo, nel buio e nella polvere, immobili.
Dopo qualche minuto, mia nonna ci ha chiesto se stavamo bene e intanto ci toccava le braccia e le gambe.
Incredibilmente, era calma e sicura di sé. Tenevo la mano sulla bocca per non fare entrare altra polvere, ma era ovunque. Appena la polvere ha cominciato a scendere, lei ha chiamato i parenti,  gli altri vicini,  il cane che era scappato, ma nessuno rispondeva.
Ha provato ad avvicinarsi alla porta, ma il pavimento non si vedeva ed era pericoloso muoversi con una visibilità tanto scarsa. E' tornata da noi e mia sorella ha cominciato a piagnucolare perché voleva andar via. Io avevo sete.
Ci ha tranquillizzati e ci ha detto di aspettare. Finalmente è riapparso Bobi, agitatissimo.
Con grandi salti e lunghi ululati ci invitava ad uscire, ma ad ogni piccola scossa  ci raggiungeva sotto al tavolo.
Tra un sussulto e l'altro siamo riusciti ad arrivare in giardino.
Fuori c'era un fascio di luce abbagliante ed un suono insistente e fastidioso. Era l'auto di mia nonna, completamente sepolta dalle macerie, con i fari accesi e il clacson inserito.
Sembrava un animale ferito a morte. Le luci illuminavano un giardino curato ed apparentemente intatto, avvolto da una strana nebbia bianca. Abbiamo raggiunto il dondolo e ci siamo seduti.
Le case non sembravano molto danneggiate: le terrazze avevano tenuto e c'erano macerie solamente sull'auto e in pochi altri punti. Mia nonna aveva notato che mancavano i tetti, ma non ce l'aveva detto.
Ci ha chiesto di cantare e ha cominciato ad intonare una canzone che piaceva a mia sorella. Senza troppa convinzione abbiamo ubbidito.
Lei si è rialzata, con i capelli bianchi per la polvere, il volto leggermente truccato, un'elegante tailleur dal colore indefinito, senza scarpe, e si è messa a perlustrare le possibili vie d'uscita insieme al cagnolino.
Quando non ci sentiva, ci chiamava e ci chiedeva una nuova canzone. Se arrivava una scossa più forte correva da noi. Abbiamo provato ad uscire dall'ingresso laterale, ma la porta non si apriva.
Esausta, si è sistemata sul dondolo guardando quel che restava della sua casa. Le luci cominciavano a spegnersi e anche il clacson era meno penetrante.
Siamo rimasti molto tempo abbracciati sul dondolo con pezzi di casa che ogni tanto cadevano.
Ad un tratto abbiamo sentito una voce che urlava il nome di mia nonna.
"Siamooooo quiiiiii !!!!!" Era mio cugino, poco meno che ventenne, che era venuto a cercarci.
Non l'abbiamo visto subito, ma abbiamo notato una pila in un angolo del giardino. Ci chiamava da una finestra del piano interrato, che si trovava al livello del giardino, ma era protetta da una pesante griglia in ferro.
Lui ha provato a spingere e mia nonna a tirare  e l'inferriata si è subito staccata, facendola ruzzolare a gambe all'aria.
Siamo saltati dentro e abbiamo cominciato a correre dietro a mio cugino, passando sopra ai mobili e alle pareti crollate. Siamo saliti al primo piano e sulle scale di casa sua c'era una finestra aperta con una sedia sotto.
Il ragazzo ha preso in braccio mia sorella ed è saltato sul davanzale. L'ho seguito e sotto al balcone c'era un enorme cumulo di macerie. Poche ore prima c'era la strada e adesso sassi, ferro e tegole.
Li ho visti correre giù e sparire verso la piazza. Mia nonna dietro a lui e io appeso alla sua mano.
Mi sono voltato a controllare se Bobi ci seguiva e l'ho chiamato. Sulla piazzetta c'era tanta gente.
Mio cugino ha urlato i nostri nomi e subito qualcuno ci è venuto ad abbracciare. C'erano delle signore sedute sulle cassette di plastica dell'acqua, con vicino alcuni bambini.
Ho cercato con lo sguardo il mio amico Filippo e soprattutto Marina, una bella ragazzina di terza elementare che mi piaceva molto. Le avevo anche regalato un nontiscordardimé.
Mentre la nonna parlava con quelle persone, una vicina ci ha unito al gruppo dei piccoli. Ci ha fatti bere e controllato che non avessimo ferite. Alcune anziane recitavano il rosario.
Mi sono girato verso la casa di mia nonna, per capire perché non trovavamo una via d'uscita.
C'era una montagna di macerie altissima, con gli armadi mescolati ai vestiti, i letti insieme alle tegole, pezzi di muro con il ferro che usciva, i pavimenti scivolati giù. . .
Due uomini cercavano di recuperare un materasso e delle coperte. Sono rimasto a fissare quella "cosa" per parecchi minuti perché non mi sembrava vero.
Attorno a noi c'erano solo cumuli di macerie e monconi di case.
Ai lati della piazza c'erano persone stese a terra, chi sull'asfalto e altri su coperte e materassi.
Pochi piangevano e la maggior parte spostava detriti, scavava, batteva, si arrampicava sulle finestre.
Ogni tanto si sentiva urlare e gente correva. Era una sorta di formicaio dove tutti avevano qualcosa in mano.
Uomini e donne, vecchi e giovani che andavano e tornavano dalla piazza seguendo il ritmo delle scosse di terremoto, illuminando il percorso con i fari delle auto, con le pile e le candele.
La luna piena rischiarava la montagna alle nostre spalle e si vedevano lunghe strisce bianche che solcavano i boschi.
Un grosso sasso l'ho seguito per centinaia di metri e mi sono anche chiesto se poteva schiacciarci in piazza.
Ho avuto paura e ho visto tanto sangue quella notte. Ho capito che quelli stesi sull'asfalto erano morti.
Ad un certo punto mia sorella si è messa a piangere e non riuscivo a calmarla.
Mia nonna si è avvicinata e le ha detto che presto sarebbero venuti a prenderci.
La piccola si è fatta seria e le ha chiesto: "E adesso tu cosa fai, che non hai più la casa?".
Mia nonna le ha risposto che si sarebbe trasferita da noi, se le facevamo posto. Poi si è passata il dorso della mano sullo zigomo ed è corsa via.
I miei genitori, quella sera, non riuscivano a far addormentare la sorellina di pochi mesi: la cullavano a turno ma lei strillava e non voleva saperne. Alla prima scossa mia mamma era in casa e mio padre fuori che passeggiava nervosamente.
Si sono quasi scontrati sulla porta e si sono precipitati sul prato. Sono rientrati per telefonare a mia nonna, ma la terra ha ripreso a muoversi.
Dal prato hanno visto le frane scendere tra i boschi, un muro di sassi sbriciolarsi, un vecchio ricovero di campagna crollare e poi il fumo salire dal centro storico, con un rumore assordante che non dimenticheranno mai.
Per un attimo hanno pensato ad una esplosione e un incendio, ma poi la polvere si è fatta densissima e l'odore dei calcinacci si sentiva distintamente anche a tre chilometri di distanza.
Mancava la corrente e i telefoni erano muti. La casa nuova era rimasta su, ma aveva il tetto storto e il prato si era abbassato di una ventina di centimetri.
Mio padre e lo zio erano partiti in auto, ma a poche decine di metri avevano
trovato la prima casa crollata che interrompeva la strada.
I contadini mettevano in salvo gli animali e dicevano che Gemona non esisteva più.
La polvere si stava diradando ed erano scomparsi il castello, il municipio, il duomo, la stazione, l'ospedale.
Dalla periferia la situazione sembrava ancora più drammatica perché le rare informazioni dicevano di migliaia di case distrutte e tantissimi morti.
Nessuno era ancora uscito dal centro e la gente si riversava con tutti i mezzi a cercare parenti ed amici.
Mio padre e lo zio sono partiti a piedi, lasciando le donne con i bambini dai vicini.
Durante il tragitto hanno salvato parecchie persone e hanno dovuto più volte cambiare direzione, perché le strade non esistevano più. Non mi dilungo a descrivere ciò che hanno visto, perché si può facilmente immaginare.
Ad un certo punto sono arrivati a qualche decina di metri dalla piazzetta e hanno sentito pregare.
Prima del terremoto c'era un orfanotrofio femminile e le ragazzine si erano radunate nell'orto con le suore in attesa di aiuto. Loro sono entrati a cercare delle coperte e hanno rifatto il percorso fino a casa per prendere qualcosa da mangiare.
Temevano di non trovarci vivi e mio padre avrebbe adottato una di quelle bambine.
Era quasi l'alba quando sono arrivati alla breve salita che portava da mia nonna.
La strada era bloccata da un'unica lunga collina di macerie.
Si sono trascinati a carponi su quella massa instabile di detriti, pensando a come trovarci.
Ad un certo punto hanno notato la finestra aperta e la sedia nella casa della zia.
Hanno cominciato a correre verso la piazzetta. Mia sorella aveva lo sguardo fisso sull'unica strada di accesso che conosceva, in attesa che il papà venisse a prenderla.
Appena l'ha visto, ha urlato e si è messa a correre. Lui è caduto in ginocchio con le braccia aperte.
Ricordo che gli è saltata addosso e io sono stato sollevato da mio zio mentre singhiozzavo.
Hanno parlato a lungo con mia nonna e gli altri zii. Ci siamo fermati ancora un po' e siamo partiti a piedi lungo sentieri che non ho più voluto percorrere,  tra rovi, sassi e scosse.
Abbiamo fatto un lungo giro tra orti e boschi e siamo arrivati in un campo da calcio da poco costruito.
Fuori c'era tanta gente, auto, fuoristrada, furgoni, trattori, scavatori e animali.
Una contadina mungeva la mucca per dare il latte ai bambini, un'altra mescolava qualcosa in un pentolone.
C'erano tante mamme e tra loro ho visto anche la mia, che teneva in braccio la sorellina addormentata.
Mia mamma era sconvolta perché, mentre aspettava il ritorno di mio padre, aveva visto un gruppetto di persone scendere dal centro e si era avvicinata per chiedere notizie.
Una donna con gli occhi sbarrati le aveva detto che erano tutti morti. Poi erano arrivati due enormi elicotteri neri e per ore avevano illuminato lo straziante spettacolo di Gemona.
Non sapeva più cosa pensare e quando ci siamo finalmente riuniti è stato un momento di grande felicità e commozione.
Il sole cominciava a rischiarare il paesaggio e vedevo case diroccate e ruderi.
Le montagne erano tutte rovinate, dalle stradine di campagna scendevano pastori con le capre, i maiali e le mucche.
Sembrava un presepe, se non fosse stato per il caldo e per il fatto che lì io ci abitavo.
E' un'immagine che mi ha particolarmente colpito e da allora non amo i presepi.
Mio padre ci ha accompagnato alla macchina, ha rovesciato i sedili posteriori e io, mia sorella e la cuginetta ci siamo messi a dormire nel bagagliaio, con la mamma e la sorellina che riposavano sul sedile anteriore.
Più tardi mi sono svegliato nel giardino di casa. Sono sceso dall'auto ed indossavo solo un paio di mutande.
Sul prato avevano già montato una grande tenda militare e altre ne stavano facendo in quelli vicini.
Ho sentito le voci della mamma e della nonna provenire dalla cucina e sono entrato in casa.
Mia nonna mi ha detto di star fuori, ma io volevo andare in camera mia. Ho insistito e mia mamma mi ha preso per mano.
In sala c'erano pezzi di vetro e porcellana ammucchiati verso le pareti: durante le scosse tutti i bicchieri e le tazzine erano usciti dagli armadi e si erano rotti, ma mia mamma non sembrava arrabbiata.
Arrivato davanti alla mia camera, ho aperto la porta e per terra ho visto dei libri. Anche il mio letto era pieno di libri e sopra di tutto il mobile della libreria con l'angolo conficcato nel muro.
La tenda si muoveva leggera nella stanza, lasciando intravedere i vetri spaccati.
Fuori alcuni ragazzi parlavano un dialetto che non capivo.
Mi sono voltato e sono scappato via, mentre sentivo il mio nome sempre più lontano.
Ho corso a lungo tra i prati, con un caldo sole primaverile e un venticello fresco che portava via le mie lacrime.
Poi ricordo l'erba sulle gambe e la terra umida sulla schiena. Ho pensato a Filippo, che ancora non so che fine abbia fatto.
A Marina, che è morta insieme alla sua famiglia. Ai compagni di scuola che ci sono ancora e a quelli che non ho più rivisto. Alla mia maestra, che dopo il terremoto se ne è andata. Alla casa e al giardino di mia nonna, portati via dalle ruspe.
Ho chiamato Bobi, che si era perso durante la notte ma almeno lui è tornato.
Mio padre non l'ho visto per molti giorni, perché era andato nei paesi vicini a cercare i suoi genitori e i suoi fratelli.
I primi tempi era tutto difficile e le notizie circolavano per passaparola.
Non ha dormito per tante notti e ha lavorato in continuazione. E come lui tantissimi altri.
Sono stato molto fortunato perché non ho perso parenti stretti. Non ho subito ferite e nonostante tutto mi è andata bene.
Ma sono esperienze che non si possono cancellare e ti segnano in profondità.
Sono i miei fantasmi, che mi hanno reso forte nei momenti difficili, ma talvolta mi fanno venire mille paure.

                                                                                                                           Gemona '76  (13/8/2009)

 

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Sono ancora qui a leggere fra queste pagine avvenimenti catastrofici,
ancora il terremoto che miete vittime come nel '76, poi Umbria '97, Molise '02 e ora Abruzzo,
 dove tuttora si è nelle tende. Fino a quando?
Ora, come le altre volte, io come tanti VOLONTARI DELLA PROTEZIONE CIVILE, prestiamo soccorso a coloro
che lì hanno perso tutto!
Sono sempre forti emozioni con queste righe, sperando che tanti le leggano e si uniscano ai volontari per far sì
che (ci saranno purtroppo) nelle prossime catastrofi, siano sempre di più per prestar loro soccorso.
Un grazie a coloro che si prodigano nel bene di tutti.

                                                                                                    Costanzo  (11/9/2009)

 

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Maggio 1976, facevo il militare di leva nel Corpo dei VVFF, ubicato nel distaccamento di Tolmezzo.
Quella sera maledetta, al momento delle scosse distruttive, ero in libera uscita e, con un mio collega, stavamo bevendo due calici di vino all'Albergo Roma nella piazza centrale.
Al momento dello scossone siamo rimasti impietriti, non avendo sentito mai una cosa simile.
Se l'Albergo fosse crollato non starei qui a scrivere.
Alla mattina presto andammo con la vecchia Fiat Campagnola a Montenars, sopra Gemona, e lì vidi l'inferno,
la distruzione quasi completa del paese.
Tirammo fuori dalle macerie quasi subito un vecchio di 80 anni, vivo, ma nella camera vicina i due nipotini morti, allora pensai, ma GESU' CRISTO?
E così avanti tutta la giornata. Quello che mi colpì, fu gli animali superstiti che girovagavano nel nulla,
e le rondini volare come impazzite, perché non trovavano più i nidi.
Nei giorni seguenti, la situazione rimase un po' confusa e scoordinata.
Nel frattempo ritornai al Comando di Udine, da cui partivamo ogni giorno nelle zone terremotate.
Mi congedai il 31 Dic. 76.
Un ricordo a tutti i morti e dispersi di quel maledetto terremoto.

                                                                                                 Robert Cimador  (3/11/2009)

 

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Io abito a Maniago, allora avevo 10 anni e quel giorno, il 6 maggio 1976, ero andata in gita con la quarta elementare alla grotta Gigante a Trieste.
Mi era rimasto impresso il sismografo che scendeva dalla volta della grotta e le spiegazioni che la guida aveva dato.
Quella sera ero seduta attorno al tavolo della cucina con i miei, le mie sorelle, Piero il fidanzato di mia sorella più grande che era militare.
Stavo raccontando quello che avevo visto.
E poi, un boato, tutto che tremava, Piero che mi sollevava di peso e scappavamo fuori.
Abbiamo dormito per giorni fuori nell'orto, eravamo tutti, bambini e adulti, sempre sul chi vive, con i nervi a fior di pelle, pronti a scappare ad ogni tremito della terra.
Non ho più dimenticato quel sismografo. . . . .

                                                                                                   Paola  (21/11/2009)

 

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Ricordo che la sera del 6 maggio eravamo raccolti attorno al tavolo a Gorizia e stavamo discutendo circa la compilazione dei redditi.  Ad un tratto, quella tremenda zampata.
Mia suocera ipotizzò che la scossa doveva essere verso Skoplje (ex Jugoslavia).
Poi ci siamo attaccati alla TV per qualche notizia. Quando verso le 23 si cominciò a parlare del Friuli, il nostro primo pensiero andò a degli amici di Artegna che dovevano sposarsi il giorno 8 maggio e a cui eravamo invitati.
Di telefoni neanche a parlarne. Sabato mattina con mio suocero siamo partiti per cercarli.
Abbiamo parcheggiato l'auto davanti a "LA GROTTA" e poi a piedi camminando sopra le macerie siamo arrivati ad una tendopoli dove ci avevano detto che avremmo potuto trovare chi cercavamo: e così fu.
Grazie a Dio tutti sani e salvi (senza più casa però).
Il giorno dopo (domenica) siamo ritornati a portare un grande telo naylon (che ci avevano richiesto) per salvare dalla pioggia ciò che era rimasto in casa di salvabile.
Dicendo loro di disporre di qualsiasi cosa avessero bisogno (soprattutto ospitalità a Gorizia) siamo ripartiti.
Il giorno 13 maggio (giovedì) al pomeriggio sono venuti con un amico a casa mia chiedendo se accettavamo di ospitarli per alcuni giorni dato che si erano appena sposati nella tendopoli di Artegna.
Quello è stato il loro viaggio di nozze e credo che siano stati i primi sposi in Friuli dopo il terremoto.
Sono passati più di 33 anni, ma il ricordo di quei giorni rimane indelebile.

                                                                                                  Claudio  (12/12/2009)

 

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FRIULI, UDINE. GIOVEDI 6 MAGGIO 1976, ORE 21, CASA DI VIA ASQUINI 25.

L'ora legale è sempre stata un motivo di felicità prolungata.
Avevo 14 anni, ben lontano dalla pubertà, ma ero un bambino "libero" e mi piaceva fin da allora l'Astronomia.
Appena il tramonto iniziava, mi recavo sul terrazzo da cui osservavo il panorama con il binocolo;  ma la mia vera attesa era quella di poter vedere bene il sole.
Quella sera ho visto le macchie solari alla altezza dell'equatore, a destra.
Il tramonto era lunghissimo, beato;  il cielo regalava l'arcobaleno con sfumature rossastre ma intense.
Le rondini, a loro volta, offrivano "circonferenze cantate" che rasentavano il condominio e tutto l'isolato di fronte.
La vita, l'ambiente salutavano il sole in una atmosfera prossima all'estasi.
Io, fino a quel giorno, la vita la contemplavo anche in questi dettagli e ringraziavo sempre il sole, quando si spegneva all'orizzonte, pur vivendo quel timore costante che il giorno dopo non tornasse.
Rimasi sul balcone, beato, lasciando che lentamente la luce declinasse e poi "Ascoltai" un silenzio totale, come se la Natura avesse tolto d'improvviso il volume.
Entrai in casa, dal soggiorno. Erano circa le 20.50.
I miei Genitori avevano il televisore in camera e mi piaceva trascorrere con loro la serata.
Il televisore, un Telefunken sintonizzato su Rai 2 mentre trasmetteva il film "Le 12 seggiole", era posto nell'angolo in fondo a destra entrando, di fronte al letto e dalla parte di mia Mamma.
Io presi posto sull'angolo sinistro del letto. Avvisai una strana sensazione, come una specie di calo pressorio che mi diede l'idea di un giramento di testa.
In realtà, ma a posteriori, quell'istante era la prima scossa di avviso, impercettibile, ma che si manifesta sempre prima di un grosso terremoto.
Rimasi solo nella stanza dei Genitori, sempre seduto sullo spigolo sinistro, ma origliando fuori una discussione abbastanza accesa: mia Sorella Elisabetta, che era nell'antibagno a struccarsi, sosteneva di avere visto lo specchio oscillare, ma mia Mamma prese la cosa con superficialità attribuendo quella sensazione alla stanchezza per lo studio.
Papà assecondò l'accaduto. Ore 2 0.59. La discussione mi giungeva ormai ovattata e non ne fui più interessato.
All'istante, come se si fosse messo in azione un motopicco dal piano di sotto, il pavimento iniziò a vibrare in una maniera furibonda, sebbene il sussulto non fosse evidente in altezza.
Quello che mi fece terrorizzare era la frequenza della vibrazione che io accosto sempre a quella del motopicco
quanto taglia la strada.
La vibrazione era fortissima, nel senso che mi diede subito l'idea che a muoversi non fosse né il pavimento della stanza, né la casa, ma l'intero palazzo. Eravamo al 5° piano.
Questa vibrazione, che diede anche spazio al suono cupo di macigni in frantumi, mi fece schizzare in piedi per uscire subito dalla stanza.
Nella parte destra, dietro, della porta, Mamma aveva nascosto la porta del soggiorno per farlo sembrare più ampio.
Di fronte a questa porta conservata c'era un carrello di legno sul quale era posto il Giradischi Thorens MK 126 II.
Ce l'ho ancora, funziona. Mentre uscivo, la porta conservata contro la parete iniziò ad oscillare e poi spinse il carrello che mi sbarrò l'uscita.
Non mi sono -MAI- sentito così solo in vita mia.
Bloccai la corsa del carrello, rischiando che la porta mi crollasse in testa, poi mi infilai fra carrello ed uscita ed infine lasciai la stanza.
Fin qui il movimento è sempre stato sussultorio ma in terrificante aumento.
Appena uscito, percorsi il corridoio nel quale ritrovai la Famiglia riunita.
La casa letteralmente lievitò verso l'alto, come se un gigante l'avesse presa da sotto per sollevarla, ma nello stesso tempo iniziò ad ondulare.
Mi trovai al centro del corridoio dove sulla destra c'era un grande armadio a muro.
Si aprirono le ante superiori, chiuse a chiave, e venne giù roba. L'oscillazione era lineare al corridoio quindi vedevo la porta di fronte sbandierare di almeno un metro a destra e sinistra.
Il rumore del Terremoto è orrendo: sentivo, provenienti dal soggiorno, oggetti frantumarsi in terra,
ma il rombo dei muri, che sembravano sgretolarsi pur restando integri ed uniti, era la sorgente sonora che più mi terrorizzava. Non finiva mai. Presi atto della Morte. Fu la prima volta in vita mia.
Realizzai che il palazzo non avrebbe potuto resistere ancora molto di più e allora istintivamente mi rannicchiai verso il pavimento, mentre tutto oscillava in modo fluido e colsi l'attimo in cui Papà si mise ad "X"
sotto la porta e vidi gli occhi -a palla- di terrore ma unito al suo coraggio di Colonnello dell'Esercito.
Poi guardai giù e urlai per tre volte: "Ho paura!".
Non me lo sarei mai perdonato, mentre scrivo (potessi morire, davvero) mi scendono le lacrime.
Poi, come se qualcuno avesse spento un interruttore, il palazzo lentamente iniziò "a scendere" come se si stesse ricomponendo nella sua misura d'origine e come se quella mano del gigante lo stesse riposando in terra, pur con grazia.
Il rumore uscì di scena, come la metropolitana lascia la galleria. E poi, quasi ad infierire sui nostri cuori, un leggero ritorno, un tremolio, e poi la fine.
Silenzio. Restammo attoniti e disarmati, quasi increduli di essere ancora vivi.
Papà si diresse verso la porta d'ingresso, afferrò la maniglia, come se in mano avesse una bomba innescata, poi ci guardò, infine aprì.
L'idea certa era quella di non aver trovato le scale, ma era tutto intero.
Io indossavo già il pigiama e non pensai un attimo di cambiarmi. Iniziammo una lenta quanto scrupolosa discesa a piedi lungo le rampe delle scale, incontrando gli altri inquilini presi dal panico.
Io posavo i piedi sui gradini, a scendere, ma portandomi la gravità verso l'alto, come se fossi appeso all'appendi abito, perché avevo il terrore che il mio peso potesse rompere la resistenza del cemento.
Uscimmo in strada, il cielo era rosso, c'era un caldo anomalo.
Ci radunammo tutti nel centro della strada per evitare che qualche comignolo ci ferisse;  ma non accadde alcunché, a parte essere preda di un terrore alieno.
Guardavo la strada, prima a destra, poi a sinistra, guardavo i palazzi e li vedevo come protesi all'infuori, grigi, in un fermo immagine che non mi dava pace.
Ero sicuro che sarebbero crollati tutti, prima o poi;  li vedevo tutti inclinati e chiamavo Papà affinché controllasse l'inclinazione.
Poi iniziai a vedere così anche gli alberi: era tutto inclinato.
Stavamo tutti uniti e ricordo che se per caso mi distraevo, se mi accorgevo che distavo un metro dalla persona più "vicina",
mi sentivo "SOLO" e mi avvicinavo quasi fino al contatto.
Papà salì più volte in vari appartamenti per diversi soccorsi ed infine si recò al nostro per spegnere luce, gas ma soprattutto per prendere le sigarette. Poi portò l'auto in strada per farci trascorrere lì la notte.
Mi fece sedere e io allora accesi la radio, la sua mitica Blaupunkt.
La macchina era parcheggiata a sinistra poco oltre il condominio e io vedevo la fuga
in prospettiva, obliqua e grigia: la prima musica che mi accompagnò in questa vista fu : "L'Uomo dell'armonica" di Ennio Morricone, dal film "C'era una volta il West".
Mai musica così "nauseante", recitata su due note stridule e dissonanti di armonica, avrebbe potuto farmi vivere quella notte. La stanchezza, lo stress, mi fecero accettare di potermi addormentare contando sulla presenza degli adulti.
Al primo risveglio guardai l'orologio: erano le 23.30.
Mai notte fu così lunga e morente.
Era uno stillicidio, perché le scosse si ripeterono a sciami, cogliendoci nei momenti di rilascio fisico; sembrava quasi che qualcuno avesse deciso di divertirsi mettendoci alla prova.
L'alba finalmente arrivò e con essa le prime notizie drammatiche:
interi Comuni rasi al suolo, cancellati.
La luce del giorno non mi regalò nessun tipo di rassicurazione; restai paralizzato, terrorizzato anche dallo stesso fatto di camminare sul marciapiede, perché temevo di sprofondare giù.
Dopo 3 giorni Mamma mi obbligò a recarmi a casa per fare il bagno.
Mi dovettero minacciare, mi dovettero prendere di peso e portare su.
Giunto alla porta Mamma aprì e come se fosse partito un gioco, iniziai a vedere il pavimento fluido che ondulava, che non stava fermo.
Il bagno durò lo stretto necessario e poi mi fiondai giù applicando per la prima volta "il mio brevetto"
per scendere le scale ma seduto sul corrimano e scendendo come se fossi sulla slitta; 5 piani in poco meno di 15 secondi. Sentivo la mia paralisi emotiva e fisica fino al midollo e soprattutto mi vergognavo come un ladro per aver gridato "Ho paura!" .
Qualche giorno dopo, a passeggio con Mamma per i rifornimenti alimentari, incontrammo un Prete che conoscevo di vista;
io ero un Chierichetto Modello. Il Prete mi spiegò che manifestare la paura, in quella circostanza, era cosa assolutamente normale.
Io li ascoltavo, ma assente, come se stessero dicendo delle fesserie.
Trascorsero giorni, settimane, mesi. Era difficile convivere in una situazione del genere.
Per dormire assumevo Tavor ed ogni sera guardavo l'orologio, fisso, assorto, aspettando che la lancetta giungesse a comporre le ore 21; poi "accendevo il proiettore" e mi guardavo in testa il filmato della notte del 6 maggio.
Era un rito, non avrei mai più potuto dimenticare se non con gli anni e la Rassegnazione.
Nei giorni 11 e 15 settembre ci furono due repliche addirittura di intensità superiore alla prima.
Quella dell'11 mi colse nel sonno, ma già da un bel po', tanto che Papà dovette venire a prendermi per estrarmi dal letto; appena ho realizzato, ho fatto in tempo ad accorgermi che la casa questa volta oscillava nell'altro asse, ma sempre di almeno un metro per parte.
Durò di meno ma quella fu la presa d'atto che la mia vita non sarebbe mai più stata quella di un normale adolescente che, al tramonto, ringraziava il Sole per essere tornato.
La pubertà fu rinviata a data da destinarsi. Non mi sono mai ripreso mentalmente, piuttosto mi sono trascinato dentro la più autolesionistica disistima che uomo potesse coltivare.
Dal 1984 vivo a Cagliari, ma le ragioni che mi portarono qui esulano dal contesto (per quanto io sia comunque più sereno con i piedi su un'isola che non è sismica).
Ovunque, con me, ho sempre portato la collezione dei giornali del "Messaggero Veneto" che oggi custodisco, al buio, in originale, dal numero del 7 maggio fino alla fine di ottobre.
Ho filmati, foto, celebrazioni, del decennale, ventennale e trentennale, compresa la musica originale che fu registrata da un microfono durante la prima scossa; è la musica dei Pink Floyd "Wish You are Here" che, quando ascolto, mi fa scendere i brividi fino all'osso sacro.
Non mi sono mai perdonato di essere sopravvissuto. Ora vivo, ma dando del "tu" alla mia Morte, come se lei stesse aspettandomi e come se lei, da me, avesse un debito.
Grazie per l'attenzione.

                                                                                                Andrea Schinardi  (15/01/2010)

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CERTO CHE LA MIA ESPERIENZA DEL 6 MAGGIO NON ERA TANTO ROSEA, IN QUANTO IO MI TROVAVO ASSIEME A MIO FRATELLO CHIUSO IN CARCERE DI UDINE.
IO ERO NELLA BRANDINA DI MIO FRATELLO A GUARDARE UN FILM IN TV.
A UN CERTO PUNTO IO GRIDAVO A MIO FRATELLO DI STARE FERMO, DI NON MUOVERE LA BRANDINA E LUI CHE FA? SI ALZA DI SCATTO E URLA: IL TERREMOTO.
E IO GLI RISPOSI CHE ERA LUI IL TERREMOTO.
DOPO UN' ORA CIRCA CI HANNO APERTO LE CELLE E SIAMO STATI PER DIVERSI GIORNI ALL'ARIA.
SENTIVAMO LE NOTIZIE PER RADIO.
MA IN CARCERE C' ERA TANTA APPRENSIONE PER I PROPRI FAMILIARI.
POI IL GIUDICE DI SORVEGLIANZA HA CONCESSO AD ALCUNI CHE ABITAVANO NELLA ZONA ALCUNI GIORNI DI LICENZA.
ECCO, QUESTA E' LA MIA ESPERIENZA, UN PO' DIVERSA DELLE ALTRE. PERO' TANTO SENTITA.
MANDI

                                                                                            Ezio  (3/2/2010)

 

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All' epoca avevo 10 anni. La scossa del 6 maggio non l' ho vissuta.
Ero a Roma con i miei. Una volta tornato, alle prime scosse di assestamento ero terrorizzato.
Quando venne la scossa forte di settembre mi è rimasto indelebile il ricordo della vigna che si alzava e ondulava sotto i miei piedi.
Da allora, ho il terrore del terremoto; ormai è una mia fobia.
 Comunque se non ci fossero illeciti edilizi, l' Italia sarebbe molto più sicura.

                                                                                               Paol  (1/3/2010)

 

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Avevo 13 anni, vivevo con la mia famiglia in provincia di Venezia.
Al momento della tragedia stavamo finendo di cenare.
Ricordo il silenzio innaturale improvviso e totale che ci fu intorno, come se il mondo trattenesse il respiro.
Dopo un po' ci fu la scossa, ma tra il silenzio e la scossa, in mezzo, ci fu il suono più orribile
che abbia mai sentito: una specie di uragano sotterraneo come un vento fortissimo e caldo che correva sottoterra.
Mia madre gridò e ci afferrò per trascinarci fuori, ma in realtà ci incastrò tra le sedie e riuscimmo a muoverci a cosa finita. Tanta paura ma nessun danno, lì da noi...  Ma poco dopo si seppe del Friuli ...
Ora vivo in provincia di Gorizia e ho conosciuto la gente del Friuli, ho visto Gemona ricostruita:
ogni giorno qui, per me, c'è una lezione di vita e di coraggio da imparare.

                                                                                                       Marina   (29/3/2010)

 

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Il 6 Maggio 1976 mi trovavo in Friuli e precisamente ad Orcenico Superiore dove, presso la caserma Giovanni Leccis,
stavo svolgendo il servizio militare, con il grado di Sottotenente nell' arma del Genio.
Quella sera, intorno alle 21 ero coricato sul letto, nella mia stanza, al 1° piano degli alloggi ufficiali.
Ad un tratto sentii il letto tremare leggermente, pensai a qualcuno che stesse facendo uno scherzo,
guardai sotto ma non vidi nessuno.
Mi rialzai e pensai "questo è il terremoto". Nemmeno il tempo di finire il pensiero che arriva la scossa tremenda,
secondi interminabili.
Mi alzai subito ma non riuscendo a stare in piedi mi appoggiai con una mano al letto e
con l' altra ad un tavolo che era a fianco.
Oltre al rumore sordo della scossa, sentivo nelle stanze cadere quadri e soprammobili con gran fragore.
Finalmente il pavimento smise di tremare, a quel punto infilai le scale e corsi in piazza d' armi
dove molti soldati erano già radunati.
La prima preoccupazione fu quella di avvisare i miei genitori che io stavo bene, cosa che mi riuscì verso l' una.
Mia madre che, contrariamente a quello che io pensavo, non aveva appreso la notizia,
mi raccomandò di andare subito a letto che era tardi.
Nel frattempo venne deciso di radunare i camion al centro della caserma e sopra di essi trascorremmo la notte.
Alle prime luci del giorno, arrivò l' ordine di partire con destinazione il paese di Majano.
Completammo quindi la vestizione, ci venne fornita la razione K e dopo aver ritirato dal deposito gli attrezzi
da lavoro ( badili, picconi, ecc. ) la colonna si mise in marcia.
Nella nostra caserma, alla partenza, non notammo danni particolari, danni che invece erano sempre più evidenti e consistenti nell' avvicinarsi alla meta.
Ricordo in particolare che arrivando a San Daniele, scorsi da lontano un edificio
che su una parete presentava un enorme squarcio, attraverso il quale si vedeva una marea di prosciutti appesi.
Arrivammo finalmente a Majano dove ci dissero che in via Roma era crollato un condominio di 5 o 6 piani sotto il quale si temeva ci fossero decine di morti.
Arrivati là, scaricammo i nostri attrezzi dai camion. Io, alla vista di quella che ora era una collinetta di macerie, rimasi impietrito.
Dopo qualche istante iniziammo a scavare con difficoltà.
Solo più tardi arrivò il compressore con il martello pneumatico ed un escavatore, da quel momento riuscimmo ad essere più efficaci.
Su quella montagnola trascorsi tutto quel venerdì 7, vedendo solo morti che, ad intervalli regolari, uscivano da quel cemento sbriciolato, e venivano adagiati nelle bare, accatastate in quello che era il cortile di quel palazzo.
Ricordo di quel giorno due momenti in particolare: quando un infermiere mi offrì una grossa compressa, raccomandandomi di prenderla perché serviva per "tenerci su" e quando, dopo alcune ore fermandomi un attimo e ruotando lo sguardo a 360° gradi, mi chiesi "ma è tutto vero o stiamo girando un film? ".
La sera poi dormimmo in un cortile lì vicini, sdraiati sui materassini gonfiabili, con la testa al riparo sotto uno di quei banchi che i muratori usano per piegare il ferro.
La mattina seguente fui svegliato alle 5,30 da una scossa di assestamento un po' più forte delle altre, raccogliemmo poi le nostre cose e dopo un ultimo sguardo a quella enorme "tomba" salimmo sui camion e tornammo in caserma.
Quello che ho descritto è solo il primo giorno trascorso a Majano, dove son tornato ancora due volte nei giorni successivi.
E' stata quella una esperienza che mi è rimasta nel cuore e nella mente, a distanza di circa venticinque anni son voluto tornare a Majano in via Roma e davanti a quel muro eretto a futura memoria ho pianto come un bambino.

                                                                                  Roberto Vecchi - Roverbella (MN) (12/04/10)

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Agosto 1976 - Posso solo dire che il Friuli ma soprattutto TRASAGHIS, mi sono rimasti nel cuore.
Avevo 22 gg.di ferie ed ho trascorso nel campo di lavoro, 21 giorni indimenticabili.
Gia', Trasaghis, un bellissimo paese scivolato a valle con tutte le sue case ed una grande porzione della sua chiesa.
Ricordo con tenerezza, che vivevo (come tutti gli abitanti), nel campo sportivo attrezzato con un po' di fortuna, con la mia piccola canadese.
Ero partito da Torino, con la mia A112 completamente stipata di cibo, perché l'importante per chi andava a prestare soccorso/aiuto, era non gravare sulla popolazione.
Ho fatto di tutto, spostare macerie con le mani e nei giorni fortunati, con le carriole; montare tende del ministero dell'interno; fare piccole fondazioni di cemento per le cucine, fuori dalle tende.
La giornata era lunga, ci si presentava per dare disponibilità per la giornata, alle 4 del mattino e se c'era la possibilità, si pranzava altrimenti, si attendeva sera.
Forse ciò che sto scrivendo non importa a nessuno, ma credetemi, sono stati 21 giorni che hanno segnato profondamente la mia vita ed ora che ho 55 anni, rivivo con orgoglio e grande tenerezza.
Tenerezza per gli anziani che vedevo seduti fuori dalle tende, a bere grappa già alle 4 del mattino, a piangere per aver perso tutto o quasi e lamentarsi dei loro figli che erano scappati via.
Ricordo un meraviglioso gruppo scout (ANCONA 2) al quale mi ero aggregato e con i quali si cenava, ma si discuteva su come affrontare la nuova giornata che stava arrivando.
E tanti... tantissimi altri ricordi ed amicizie!!!
Poi il rientro a Torino, dove nel mentre, era arrivata la cartolina di partenza per il servizio militare (alpino a Belluno/Pieve di Cadore) e l'incontro con i miei amici : c'è stata la frattura di una amicizia decennale:
loro che parlavano delle vacanze al mare in Calabria ed io, del mio lavoro in Friuli.
Decisamente incompatibili.
Basta... un abbraccio forte e sincero anche ad un grande amore di Sesto al Reghena e a tutti i miei fratelli friulani.
Ciao.

                                                    Daniele Caron (19/4/2011)

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La mia famiglia è di Gemona del Friuli. Sono italiano, nato in Francia. Venivo spesso a Gemona coi miei genitori tutte le estati. Avevo 19 anni quando questo giorno di maggio 1976 mia madre è venuta nella mia camera annunciarmi che partiva urgentemente con mio padre dopo questo terribile terremoto, annunciato alla televisione francese. Ero in lacrime, non arrivavo più a fermarmi, ero terrorizzato.
Pensavo ai miei cugini a Gemona ed Osoppo, a Trasaghis. Le linee telefoniche erano fermate ma alcuni giorni dopo ho avuto i miei genitori al telefono, in lacrime mi insegnavano la morte di mia zia e mio zio schiacciato sotto un muro Via Cavazzo a Gemona. Il resto della mia famiglia resterà sotto le tende per mesi. Questo disastro resterà nella mia memoria tutta la mia vita, ero a 1300 km ma il mio cuore era sotto le rovine di Gemona...

                                                            Andrea Venturini (13/11/2011)

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Buongiorno a tutti.
Ero caporalmaggiore a Tarcento nel 76 ,al 114 Btg e quella sera ero in Magazzino che stavo suonanda la mia chitarra seguendo alla radio le note di Rocket Man di Elton Jhon quando vedo la pila di materassi vicino a me staccarsi dalla parete e cadere a terra .
Esco di corsa (chitarra in mano) e vedo che tutti stanno scappando dalla camerata,arrivo all'uscita e trovo ...non mi ricordo il nome, immobile sui gradini della porta .lo afferro al volo per un braccio e lo trascino fino in mezzo al giardino, ci infiliamo sotto un pino e per un tempo interminabile facciamo a tira e molla con la base del pino.
Quando la scossa finì ci alziamo e ci raduniamo nel cortile principale.
Nei seguenti venti minuti eravamo pronti per uscire a soccorrere. Io e altri quattro siamo stati assegnati ad una casa per
Anziani,dove abbiamo portato fuori alcune Ospiti anziane. Non scorderò
mai la Nonna distesa in giardino a cui avevo messo sopra quattro coperte di lana ( col rischio di far più male che bene) che alla sua domanda di cosa fosse successo risposi che si era rotto il tubo del gas e che c'era pericolo di incendio...
Successivamente ho passato un mese ad Avilla nella tendopoli ,rischiando grosso quando il montante di traino della cusina da campo ,mi arrivò quasi sulla schiena schivandolo all'ultimo momento.
una nota di gossip: nella tendopoli c'erano due ragazzine di +/- 14-16 anni con una (Marinella ) chiaccheravo
cordialmente mentre all'altra stavo antipaticissimo ....
Un saluto virtuale a tutta la gente di Avilla.

                                                Beppe Pedrengo BG (11/12/2011)


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