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Umanisti a Tolmezzo nel 1500 – Un percorso per la lettura. Seconda parte

Seconda ed ultima parte del percorso di lettura del libro di Ermes DorigoUmanisti a Tolmezzo nel 1500“.
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Nicolò, in questo uggioso clima post tridentino, ormai vecchio – e infort[unatus], come scrive nella Dedica, – infelice, sfortunato, disgraziato, malridotto -, timoroso di incorrere nell’Inquisizione, scrive un’opera metaforica, criptica e allusiva, le cui due parti sono speculari nell’ambiguità e in opposizione nei contenuti: nella prima troviamo il rimpianto, del quale apparentemente sembra pentirsi, per la libera ed eclettica cultura umanistico-rinascimentale e per il background greco-etrusco della civiltà latino-italiana, soffocata dal Cattolicesimo controriformistico; nella seconda, la formale accettazione dei  dogmi e dei riti del Concilio di Trento – però la favola di Orfeo, nel finale, ribadisce implicitamente il suo attaccamento alle dottrine esoteriche e a quanto esaltato nella prima parte, l’estraneità ai suoi tempi bui -, descritti talora con una tale verbosità manieristica da risultare intrinsecamente ironici. Però, in realtà, la sua posizione non é facilmente mascherabile: in fin dei conti al tridentino inno alla Vergine é sostituito quello alla pagana Psiche, della quale sono riportate le diverse interpretazioni (vedi: Breve introduzione alla favola di Amore e Psiche).

Raffaele Cillenio, il più importante latinista e grecista «nacque circa il principio del decimo sesto secolo nella nobile e popolata terra di Tolmezzo; capo di quella parte montuosa del Friuli, che si estende fra l’Alpi verso la Germania per circa trenta miglia, chiamata Carnia» (Liruti). Figlio di Nicolò Cillenio, che fu pure suo maestro insieme ad Antonio Michiseo o Michisotto, elegante poeta, che era stato precettore anche di Jacopo Valvasone di Maniaco, fin dalla giovinezza si dedica alla professione di insegnante delle Lingue Latina e Greca, esercitandola in luoghi diversi fino alla morte. Nel 1570, come strumento della sua professione e per aiutare gli allievi compone alcune tavole, una manuale di grammatica, per l’inventio e la dispositio oratoria, che vengono lodate, consigliate e utilizzate in molti ambienti scolastici. La sua produzione in prosa e in poesia é vastissima.

Dopo aver insegnato in varie scuole di città prestigiose d’Italia e soprattutto nel Veneto, a Venezia e Vicenza, «praeclarae civitates»  ritorna nel 1573, anche su sollecitazione dei rappresentanti della Comunità, nella sua città natale, ma solo parecchi anni dopo aver manifestato questa intenzione, come si comprende nell’Oratio ad cives Foroiulienses (Orazione ai cittadini Friulani) del 1565;  il rientro avrebbe voluto fosse imminente, ma prima aveva l’obbligo di portare a compimento il «prestigiosissimo» incarico, che occupava a Vicenza, dove insistevano per trattenerlo ancora per un triennio, mentre alcuni gli offrivano con insistenza due altri prestigiosi incarichi in città diverse almeno per un quinquennio; per cui, di fatto, il ritorno a Tolmezzo avvenne solamente agli inizi degli anni ‘70; e anche per numerose e non chiare circostanze come si intuisce da alcuni versi dei Carmina (Poesie): Ma, poiché siamo oppressi da un grande peso di problemi, / e la nostra nave vaga senza direzione nel vasto mare (a Bernardo Giorgio); […] mi restituisci  a me stesso. / La morte suole essere intollerabile: ma più orrida di ogni morte / era questa fuga, da intraprendere in tutta fretta. / Grazie a te ritorna per me la vita, e più gradita della stessa vita / la Fama, quasi perduta per mia cattiva sorte. (ad Antonio Milledonio, Segretario del Consiglio dei Dieci del Senato Veneto)

 A Tolmezzo viene assunto nella scuola locale con il cospicuo stipendio annuo di 130 ducati; dentro di sé, per quanto legato alla terra natia, coltiva però sempre il desiderio di concludere la sua carriera d’insegnante nella capitale della Patria del Friuli, Udine, dove avevano insegnato personaggi prestigiosi di fama nazionale, come Cimbriaco, Sabellico, Parrasio, Amaseo, Filomuso…; il che avrebbe rappresentato la consacrazione definitiva del suo magistero nelle humanae litterae, la gloria e la fama, cosa ben diversa della rinomanza di cui già godeva: «uomo lodato dai maggiori Letterati d’Italia» (Liruti). Finalmente un anno prima della sua morte Raffaele compone, pronuncia, stampa  l’Oratio ad cives utinenses habita pridie Nonas Decembris 1594  (Orazione ai cittadini udinesi tenuta il 4 dicembre 1594), che rappresenta il vertice della sua arte oratoria, in occasione del conferimento della cattedra di Lingua Latina e Greca nella città di Udine, della quale ci restituisce un’immagine stupenda pur nel tono da panegirico, come si può osservare nella Dedica,  dove si firma «Humillimus ac perpetuus cliens», rivelando, lui costretto al nomadismo culturale, «errante per mestiere» (Liruti), una nostalgia per la figura del poeta cortigiano, che in Friuli non aveva avuto modo di esprimersi e realizzarsi, perché non esistevano le corti come in altre città d’Italia, ma anche la tendenza – l’umanesimo ha ormai perso la sua funzione civile – ad un panegirismo adulatorio talora iperbolico, come si può, ad esempio, cogliere anche nel poemetto dedicato nei Carmina (Poesie) a Marco Cornelio, Pretore del Friuli, cui l’orazione é rivolta: «Extollant alij licet Aecon, aut Rhadamantum, / Et Minoa suum Cretes ad astra ferant, / Haud tamen his fueris minor, o iustissime Marce, / Sed maior multo, nec renuente Iove / […] Vigeat Marci nomen cum Sole perenne: / Et mihi sit dominis plaudere posse meis» (Lasciamo pure che altri esaltino Eaco o Radamanto, / e che i Cretesi innalzino fino alle stelle il loro Minosse, / tuttavia non sarai mai inferiore a costoro, o giustissimo Marco, /  ma di molto maggiore, col favore di Giove. […] Sopravviva il nome di Marco perpetuo insieme col Sole: /  e a me sia concesso di tessere le lodi dei miei signori).

Altri umanisti, pur padroneggiando latino e greco, anche per motivi professionali predilessero l’italiano, come ad esempio il medico Giuseppe Daciano: «Esso fu originario, e nato nella nobil Terra di Tolmezzo Capitale di tutta la Carnia nostra montuosa» (Liruti) da famiglia illustre, ricordata tra quelle nobili nel De antiquitatibus Carneae (Gli antichi avvenimenti della Carnia) di Fabio Quintiliano Ermacora, all’inizio del secolo, probabilmente nel 1500: «Avrà egli appreso le prime Lettere verisimilmente in Patria, ed assieme l’eloquenza nelle due dotte Lingue Greca e Latina, avendo sempre quella Comunità, come gli altri luoghi di conto della Provincia, mantenuto a spese del Pubblico un Maestro di Scuola  pe’ suoi abitanti; e quindi bene istruito in queste passò alla Università di Padova, dove applicatosi alla Filosofia, ed alla Medicina Teorica, e Pratica, e fatti di sé i soliti esperimenti, con lode, ed approvazione ottenne la Laurea nella Filosofia, e nell’Arti, come si costuma» (Liruti). Nel 1500 è ancora l’Università di Padova il centro di attrazione per la formazione sia in campo giuridico che in quello della medicina oltre che, naturalmente, in campo umanistico; qui si afferma il culto della oggettività nella scienza della “fabrica” dell’uomo (si pensi al De humani corporis fabrica del medico fiammingo, ma docente a Padova, Andrea Vesalio, pubblicata nel 1543), ossia nell’anatomia, nella botanica, quella farmaceutica in specie, e nell’insegnamento clinico svolto direttamente al letto del malato. È importante soprattutto l’orientamento metodologico, che caratterizzerà i suoi laureati: descrizione, dimostrazione, studio sistematico; la frequente tendenza alla pubblicazione di resoconti di ciò che si era osservato; ovviamente, una solida cultura medica ed anatomica.

Nel 1552 era già da alcuni anni medico a Udine, stimato per la sua grande preparazione e competenza; infatti, dopo aver svolto a Tolmezzo la sua professione, acquistò una tale stima e rinomanza che la città di Udine lo prescelse come suo Medico con lauto stipendio: «G. Daciano fu Medico celeberrimo, ed uno degli stipendiati della generosissima città di Udine, il quale con tutto zelo di carità si diportò nell’occasione del contagio ne gli anni di Christo 1556. e 72. (nel qual tempo Udine, con tutta la Patria, e gran parte d’Italia era di tal calamità gravemente oppressa) che meritò à comune benefizio della medesima d’esser da quello dal Signor’Iddio miracolosamente preservato» (Capodagli).

Il Daciano si distinse soprattutto per la sua competenza e umanità in occasione della epidemia petecchialedel 1552, che si ripeterà anche nel 1560, e in altri due  contagi di peste. É autore  del Trattato della peste e delle petecchie del 1576 (vedi: Peste e letteratura nei secoli di Nicola Corbelli), osteggiato dalla corporazione scientifica e dalla Chiesa, in quanto opera di divulgazione scientifica in volgare al di fuori della cerchia degli specialisti, mentre il Daciano spiega perché proprio non ha scelto il latino: «Per il che ho voluto publicarla in lingua volgare Italiana, acciò che da tutti sia intesa, come cosa, ch’à tutti generalmente habbia d’esser di non poco giouamento, & salute. Resta solamente benigni lettori, che voi con lieto animo, & grato l’accettiate, non mordendola, ma da i morsi de maligni pietosamente difendendola, & guardandola; che sarà opera giusta, & cortese, & degna di voi & così facendo darete maggior animo, & à me, & ad altri di scriuere, & pubblicar dell’altre nostre fatiche. che ora stanno nascoste in domestico silentio, à conseruation della vostra sanità, senza la quale questa vita, che per altro é così dolce, & cara, si rende sopra ogn’altra cosa graue, & noiosa».

Ultimo, ma non meno significativo, anzi, Francesco Janis, «dottor di Leggi stimatissimo, et Oratore facundissimo e perciò adoperato in negozi di grandissimo rilievo non meno dalla Patria, che dalla Repubblica» (Capodagli). Lo Janis nacque probabilmente verso la metà del xv secolo e, dopo aver compiuto gli studi di humanae litterae nella città natale, come molti giovani delle famiglie facoltose si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova: «Procacciatosi fama di valente giureconsulto e di facondo oratore, aveva nel 1497 ottenuto l’onore della cittadinanza udinese ed era stato successivamente chiamato agli ufficî più gravi nella sua patria» (Fulin); il 20 luglio 1505, ad esempio, il Parlamento del Friuli lo inviò come  ambasciatore alla Signoria di Venezia, dalla quale ottenne la revoca del dazio imposto sulla seta e fu ricompensato dalla città di Udine con il conferimento della sua nobiltà; per il suo ingegno fu chiamato alle più alte cariche, ottenendo fama e ricchezza, tanto da riuscire in poco tempo a costruirsi in contrada Savorgnan un signorile palazzetto in stile lombardo.

 Di lui viene riportato – dato che il manoscritto dello Janis é andato perduto – il Sumario di Marino Sanuto [Marin Sanudo], che l’ha desunto probabilmente dal diario dello Janis, Viaggio in Spagna di Francesco Janis di Tolmezzo del 1519-20,  che narra minuziosamente della sua missione su  incarico della Serenissima presso Carlo I, re di Spagna, che proprio mentre si trovava in loco fu eletto Imperatore col nome di Carlo V, per risolvere, come fece, la questione tra la Spagna e Venezia, che chiedeva la liberazione di navi e merci di sudditi veneziani, sequestrate da alcuni mercanti spagnoli come rappresaglia per presunti danni patiti. Dalle descrizione del viaggio  ricaviamo l’impressione che esso senz’altro anticipi i Grand Tour dei secoli successivi (si pensi a quello famoso di Goethe); infatti si caratterizza come un viaggio nella storia e nella cultura italiana, dall’antica Roma alle dominazioni straniere dei tempi più recenti: cinque giorni a Roma tra la grandiosità del presente  e del passato, attraverso il suo patrimonio archeologico; il paese di Ottaviano Augusto e la villa di Cicerone, per soggiornare più di un mese a Napoli («è come uno scorpion, qual habi distese le braze») con visita alla tomba di Virgilio, poi nove giorni a Pozzuoli e Baia con il «laco Averno»; infine, prima di salpare, la spelonca della Sibilla a Cuma; in Spagna – dopo aver rischiato il naufragio, perché «dete quasi la nave in saxi di l’isola di Helva» e per «haver lapso per medios piratas» – sui sentieri che portarono  Annibale e i suoi elefanti in Italia e nelle varie città, descritte minutamente come pure, con ariosità, le campagne con la loro vegetazione e le loro coltivazioni; al ritorno, lunga sosta ad Avignone con una visita al monastero e alla chiesa dei Frati Minori: «[…] Qui è, sotto uno portico di la  chiesia, depenta una figura di S. Zorzi, che varda il serpente – e lì è una donzela di mirabil  beleza retrata, Madona Laura, dove è scriti 4 versi che fe’ il Petrarcha». E si potrebbe continuare con l’esemplificazione.

Durante il viaggio e nel suo diario ha modo di rivelare la sua solidissima cultura umanistica, dimostrando di eccellere non solo nell’arte oratoria, ma anche nell’epistolografia in latino e nella versificazione, come si può constatare da questi due epigrammi satirico-erotici: «Septem compatres dedit unica filia matri. / Non mirum: natae tot dedit illa patres» (Un’unica figlia dette sette compari  alla madre. / Nessuna meraviglia: lei diede alla figlia altrettanti padri), e «Adducti Bajas sociorum quisque subivit / Antra loci; solus mansi ego Putheolis. / Sed mihi non desit subeam quo pronus et antrum: / Foemina me cunni traxit in antra sui (Accompagnati a Baia ognuno dei compagni entrò / negli antri del luogo; rimasi solo a Pozzuoli. / Ma anche a me non mancò un antro attraverso il quale penetrassi prono: / una femmina mi trascinò dentro gli antri  della sua vulva).

 A Napoli l’incontro più importante è quello con Jacopo Sannazaro,  «patricio napoletano, richo e doto, e chiaro di costumi» (Sanuto), ormai molto celebre dopo la pubblicazione nel 1504 dell’Arcadia – romanzo pastorale in prosa e versi, dal quale prenderà il nome la famosa Accademia di Arcadia, fondata nel 1690 e che caratterizzò la cultura della prima metà del Settecento – per il quale scrive un breve componimento poetico di tono oraziano, dedicandolo all’amico Francesco Cari col titolo Dialogus ad Carium: «Qui nos Pathenope doces notanda, / Cari, dic cineres ubi Maronis sunt, / Dic qui ille animus meavit artus. / Pontanus cineres tulit sepultos, / Sed praeclaram animam, jubente Phebo, /  Condit pectore Sanazarus imo. / Quem praestare igitur putas duorum?/ Hunc, cui spiritus incubat Maronis» (Tu che ci indichi quali siano le cose da osservare a Napoli, / o Cari, di’ dove sono le ceneri di Marone [Virgilio], / e di’ [dov’è]  quello spirito che permeò le  membra. / Pontano esaltò le ceneri sepolte. / Ma l’anima preclara, per volere di Febo, / la conserva nel profondo del cuore Sannazaro. / Quale dei due ritieni dunque che  sia superiore? / Questo, nel quale dimora lo spirito di Marone). Per quanto riguarda l’epistolografia, in una sua lettera «scritta per domino Francesco di Tolmezo doctor al magnifico conte domino Hieronymo Savorgnan, data a Barzelona, à dì 2 Luio 1519», pur scritta in italiano si riconosce lo stile ampio ciceroniano e l’influenza della   famosa lettera di  Machiavelli a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513.

Arrivato alla conclusione, mi auguro di aver condotto per mano con semplicità e chiarezza il Lettore nel viaggio all’interno di questo libro e di aver suscitato l’interesse per esso, allontanando ogni diffidenza e timore, il desiderio di leggerlo e di gustarlo: un piacere della sua intelligenza.

 Ermes Dorigo

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