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Umanisti a Tolmezzo nel 1500 – Un percorso per la lettura. Prima parte

Percorso di lettura per il libro di Ermes DorigoUmanisti a Tolmezzo nel 1500

Questo libro, frutto di un lavoro di tre anni, ha una sua solida motivazione, che chiarirò di seguito. Per ogni opera del genere qui presentato, inoltre, si deve fornire un percorso di lettura, che rassicuri e non disorienti il lettore.

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Copertina del libro di Dorigo “Umanisto a Tolmezzo nel 1500”

In questa introduzione a mo’ di premessa vorrei chiarire entrambi questi aspetti, tanto più per un libro come questo, che si colloca in un settore e in un contesto preciso, apparentemente specialistico, ma in realtà, con le mie traduzioni e note ai testi latini, alla portata di qualsiasi lettore medio, anche non conoscitore della lingua classica. Perché, in effetti, la vera finalità di fondo é quella di ridestare l’interesse sempre più sbiadito (come l’affresco di copertina, scelto appunto con questo intento) per la classicità ed i suoi tre valori fondamentali: Bene, Bello, Vero – Etica, Estetica, Morale -, che ci permettano di evidenziare i disvalori attuali: per cui esso assume anche una connotazione d’impegno, oltre che culturale, civile attraverso il recupero della propria memoria storica, per far uscire una comunità dall’isolamento e dai complessi di inferiorità. Con questo arriviamo alla ‘motivazione’, di cui ho detto in apertura.

La revisione della geografia culturale – di tutti i generi culturali – non é solo un dovere storiografico, ma si trasforma in un atto etico-civico nel momento in cui, attraverso la giusta rivalutazione delle espressioni letterarie di un territorio, si dà alla comunità, che le ha espresse in passato, il senso dell’uscita dalla lateralità e marginalità e la consapevolezza di appartenere a pieno titolo ad una comunità più vasta. Tale revisione, per quanto concerne Tolmezzo e la Carnia, deve concentrarsi sul 1400 e 1500, perché é con l’instaurazione del dominio veneto nel 1420, che si diffonde l’Umanesimo e inizia per questa terra quell’ascesa economica, sociale e culturale che culminerà nel 1700. Nell’introduzione ai volumi dell’Età veneta del Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei Friulani, si lascia intuire che, accanto a quella nel campo artistico di Domenico e Gian Francesco da Tolmezzo, si può a tutti gli effetti parlare di Scuola Tolmezzina anche per quanto concerne la coeva cultura e letteratura umanistica, da mettere accanto, quindi, all’unica finora esaltata e celebrata Scuola di San Daniele, fondata da Guarnerio d’Artegna (anche se é ben vero che Tolmezzo e la Carnia non vantano umanisti cultori di biblioteche e collezionisti di manoscritti antichi, se si fa eccezione per Giovanni di Mainardo di Amaro, che visse e insegnò però a Cividale. La sua biblioteca, nella prima metà del Quattrocento, contava 109 codici, tra cui si notavano, oltre ai testi grammaticali e propri della professione, opere di mitologia, astronomia, storia, esegesi biblica, patristica, e alcuni volumi di letteratura moderna, da Petrarca e Boccaccio in poi).

La prima particolarità che balza agli occhi é la presenza massiccia, tra gli umanisti, di autori con un cognome non usuale nel territorio della Carnia: Cillenio. Raffaele, il più famoso dei Cillenio, un casato che ha dato numerosi letterati di humanae litterae nel corso del 1500, firmava talora le sue opere «Cillenio Angeli» o «Cillenio De Angelis». Il Liruti afferma, scrivendo a proposito di un Domenico Cillenio, autore dell’opuscolo dell’Ordine Militare de’ Romani, Greci e Latini: «Non ritrovo però ch’egli sia de’ soprallodati Cillenj nostri Angeli di Friuli, abitatori di Tolmezzo […] e perché so che in Verona v’era pure una famiglia di tale denominazione, per distinguersi dalla quale possono i nostri Friulani avervi aggiunto il soprannome De Angeli». Secondo il Puppini «si sa che la famiglia dei Cillenio si era imparentata in qualche modo con il notaio e cancelliere tolmezzino Cristoforo Angeli». A mio avviso si dovrebbe suggerire una diversa ipotesi circa il cognome, ovvero che quello reale fosse ‘Angeli’; probabilmente, in un qualche cenacolo letterario, dov’era consuetudine assumere uno pseudonimo, un Angeli scelse quello di ‘Cillenio’ (il monte dell’Arcadia, dove nacque Hermes-Mercurio, inventore della lira – canto, poesia -, accanto all’Elicona, il monte delle Muse), che divenne il patronimico, salvo poi, nei casi di possibile omonimia, riprendere e/o aggiungere il cognome originario.

Sulla letteratura quattro-cinquecentesca a Tolmezzo sono stati fatti studi approfonditi su Girolamo Biancone (Pellegrini), il maggior poeta in lingua friulana del secolo; su Fabio Quintiliano Ermacora (Tremoli) per il suo monumentale De antiquitatibus Carneae (Gli antichi avvenimenti della Carnia) – qui é riportato un lungo brano relativo ad una contesa tra Cadorini e Tolmezzini -; e l’edizione critica (Dorigo) di un Canzoniere petrarchesco del XVI secolo di Anonimo da Tulmegio. Nel libro si raccolgono tutti i rappresentanti di questa cultura; naturalmente anche quelli che per inquietudine o prestigio o concrete possibilità di lavoro vissero a lungo o si trasferirono in altre città, particolarmente significativi e famosi al di fuori dell’ambito locale come Raffaele Cillenio – Venezia, Vicenza -; quelli che, come egli scrive, non rimasero «chiusi, senza infamia e senza lode, solamente nella paterna e avita contrada, litigandovi al modo di galli domestici, né mai manifestarono l’intenzione di uscirne qualche volta, e in genere amano solo i campi, i monti, i fiumi e i boschi della terra natia»; come il medico Giuseppe Daciano, a Udine, e il giurista Francesco Janis, a Udine e Venezia.

Siccome Venezia tiene lontana la nobiltà e l’alta borghesia dal potere «il latino – scrive Tremoli – é sì simbolo di distinzione, ma diviene anche strumento difensivo, utile e necessario per trattare alla pari con i nuovi padroni. Anche per questa ragione si spiegano le cure speciali dedicate all’eccellenza delle scuole – a Tolmezzo fu molto curata la scuola di grammatica e retorica – e la considerazione di cui vien fatto oggetto chi conosce il latino». Certamente rispetto ai grandi umanisti toscani, i tolmezzini sono dei ‘minori’, anche se quell’umanesimo civile latino, soprattutto fiorentino, comincia a declinare verso la metà del 1400 a favore del volgare, che nel corso del Cinquecento si impone definitivamente con i capolavori dell’Ariosto, di Machiavelli, del Tasso; continua però un filone di letteratura nelle lingue Latina e Greca, tanto é vero che in un testo addirittura del 1596 si pone in premessa una lettera del 1511 circa di Andrea Navagerio al pontifex maximus Leone X Medici, protettore degli umanisti, per giustificare e difendere la loro produzione letteraria nelle due lingue classiche e per tutelarsi dagli inquisitori domenicani della Controriforma, che li consideravano paganeggianti. Inoltre, come scrive ancora Tremoli, «hanno la loro importanza perché rappresentano, quale che sia stata, la cultura della loro terra, e perché ci tramandano con la loro opera una preziosa serie di testimonianze su quella che fu la condizione sociale del loro tempo». Basti leggere di Anteo Cillenio il suo poemetto De peste Italiam vexante (La peste che devasta l’Italia) del 1577, che ci dà in chiave controriformistica un quadro apocalittico del passaggio dalla società feudale a quella borghese, caratterizzato dalla crisi della famiglia e del matrimonio; dall’adulterio; dalla lotta di tutti contro tutti; dalla smania del denaro; dalla pratica dell’usura: una società rissosa e violenta, insomma.

Col citato e anticipato Anteo entriamo nella seconda parte di questa premessa: una guida alla lettura, non senza aver chiaro che l’Umanesimo si esprime sia in latino che in italiano, a seconda dei generi e delle finalità degli scritti.

Poche notazioni innanzitutto su qual’era il contesto nel quale operavano questi poeti e scrittori umanisti, Tolmezzo, secondo la descrizione che ci dà Jacopo Valvasone di Maniaco nella sua Descrittione de la Cargna: «Questa Terra, quantunque sia di piccolo ambito é tutta allegra e ben fabbricata, al presente è la capitale di tutta la Cargna, abitata da persone civili e di acuto intelletto, conforme a quell’aere sottile, ben fabbricata, e nei tempi estivi molto allegra, nella quale nuovamente sono state descritte 950 anime…».

Il nostro percorso inizia con un’opera in volgare, il Canzoniere petrarchesco del XVI secolo di Anonimo da Tulmegio già attribuito a Giuseppe Cillenio. Questo Canzoniere é di grandissima importanza perché é l’unico documento del petrarchismo in tutto il Friuli Venezia Giulia. Tale manoscritto è una «Copia del Codicetto cartaceo che era posseduto dall’Eruditissimo Ab. Ongaro», che nelle prime due pagine dello stesso premette: «Questo piccolo ma elegante Canzoniere è stato acquistato quest’anno 1771 in Tolmezzo dall’amico Dr. Francesco Floreani dal quale lo ha avuto in dono mio fratello. Deb’essere di un Poeta Tulmetino, buon seguace del Petrarca, e leggiadrissimo poeta del secolo XVI». Del codice originale dà la seguente descrizione:«Come è pulitamente scritto così fu legato pulitamente per quei tempi in pelle rossa con contorni dorati e dorate pur furono le carte; cosicché è da supporre fatto copiare dall’autore (scrivendo di sua mano lo avria scritto più corretto) per presentarlo alla sua Donna [Fiammetta]. Infatti nel diritto della coperta stava impresso a lettere d’oro il nome della medesima e forse anche nella sigla, che si incontra a’ piedi, sopra quello dell’autore». Nulla dice circa il nome del poeta. Successivamente il nobile Bartolini, donatore della biblioteca che porta il suo nome, sul frontespizio del manoscritto scrive di suo pugno: «Manoscritto acquistato per non lieve prezzo. Il presente Canzoniere inedito attribuito a Giuseppe Cillenio di Tolmezzo…». Non documenta, però, questa sua attribuzione, che si fonderà, in seguito, solo su questa affermazione. Per questo il curatore, in mancanza di prove certe, ha optato per l’Anonimo da Tulmegio.

Infatti sulla scrittura e ambientazione dell’opera a Tolmezzo non possono esserci dubbi; leggiamo infatti: Canzone I, vv.13-15: Ma tu beato coro, / Che lungo al bel Tulmegio / Di Lei soavemente vai cantando; Sonetto LXXVII, vv.12-14: Tulmegio, tu poi ben di suoi costumi / Andar altiero, e le tue donne belle / Reverenti venir a farli onore; Sonetto CXLI, vv.12-14: Udranle adunque almen, tra fiamme e gelo, / il bel Tulmegio, ogni sua riva e fiume, / poi che tanto non po’ mio basso stile.

Paradigmatica rimane, a tutti gli effetti, l’opera di Rocco Boni autore di un poema di 1633 esametri dal titolo Austriados Libri quatuor [quattuor], pubblicato nel 1559 a Vienna per i tipi di Michele Zimmermann, dopo essere stato approvato dal Collegio poetico di quella celeberrima Università e dal suo Rettore, il Magnifico Giorgio Eder, giureconsulto, e dedicato – dedica accettata – alle Maestà di Ferdinando I d’Asburgo, Imperatore dei Romani, e del figlio Massimiliano, re di Boemia. Opera, probabilmente commissionata – a conferma di quanto afferma il Menis, che Venezia «vide nel Friuli una preziosa area strategica per la salvaguardia dei suoi fragili confini con l’Austria» – ad un suddito letterato di confine, sotto la minaccia di consegnarlo all’Inquisizione, che ha soprattutto lo scopo di accentuare e rafforzare i legami di pace e di amicizia tra Venezia e Austria (era ancora aperto il contenzioso per il dominio su Aquileia); quindi al di là del volo dell’autore (abbiamo qui la prima visione ‘aerea’ di Tolmezzo: Di seguito vediamo le torri di Gemona, e le alte / mura di Tolmezzo, e le fortificazioni disposte sui colli./ Quindi vediamo le rovine spianate al suolo dell’antico / Foro di Giulio, ricoperte da erbacce selvatiche; / si notano delle tombe e blocchi di marmo incisi con epigrafi), trasportato da Mercurio sull’Olimpo e ad Augusta, e dei panegirici dei due Asburgo, conta soprattutto la continua sottolineatura della bontà del governo veneziano e della sua più volte ribadita «alleanza perpetua» e convivenza pacifica con l’Austria, e di questa il buon governo in Friuli con un lungo epinicio bucolico di Gorizia e del suo territorio, con Gradisca e Trieste domini austriaci. Aspetto questo sottolineato con forza e ampiezza almeno tre volte.

Ne cito solo uno: il primo, che fa riferimento all’imperatore Federico III; il duca d’Austria Federico V (1439-1493) assunse il titolo imperiale come Federico III, elevò l’Austria da ducato ad arciducato; da questo momento in poi l’unico titolo riconosciuto sarà quello di Imperatore. É un passo importante, in quanto l’autore vuole sottolineare che l’alleanza e un patto di non belligeranza tra Aquila Imperiale e Leone di San Marco sono ben radicati da lunga data (Liber II, vv. 195-217): «Vir fuit insignis toto Fridericus in orbe, / Qui Latii quondam felix concessit ad oras: / Cui sacro Imperii cinxit diademate frontem / Nicolaus triplici redimitus tempora mitra. / […] Post Venetam mediis surgentem fluctibus urbem, / Quae retinet clarum decus et memorabile nomen / Hic petit, Heroum magna stipante caterua; / Occurrit gaudens princeps sanctusque Senatus, / Innumeris toto comitantibus aequore cymbis. / […] Vt fuit Adriacam Caesar comitatus ad urbem, / Regifico haec luxu tectis excepit apertis, / Largius effudit toto plaudente senatu / Munera laetitiae, tanto quo Caesar honore / Fouit, et aeterno Venetos sibi foedere iunxit». (Fu l’eroe famoso in tutto il mondo, Federico, / che una volta approdò gradito nelle terre del Lazio, / al quale Nicolò, con il capo incoronato dal triregno, cinse / la fronte con la sacra corona dell’Impero. […] Poi egli si diresse verso la città Veneta che sorge in mezzo alle acque, / la quale detiene un illustre prestigio e un nome glorioso, / accompagnato da una grande seguito di uomini illustri; / accorre a riceverlo rallegrandosi il nobile e venerando Senato, / con l’accompagnamento su tutto il canale di innumerevoli barche. […] Appena il Cesare fu fatto entrare nella città Adriatica, / questa lo accolse con fasto regale e con le dimore spalancate, / e molto prodiga esternò, con l’approvazione festosa del Senato, / manifestazioni di lietezza, e di questo così grande onore / il Cesare si compiacque, e legò a sé i Veneziani in un’alleanza perpetua).

Ad Anteo Cillenio abbiamo già fatto cenno. Nel 1577 compone in distici elegiaci un poemetto di 346 versi, De peste Italiam vexante (La peste che devasta l’Italia), dedicato “Nobili, ac Pererudito Adolescenti D. Trissino Trissineo”. Nel corso del 1500 colpirono la regione ben tredici epidemie di peste, vaiolo e tifo petecchiale, la più recente nel 1572 – nella cura delle quali si distinse, come vedremo, il medico tolmezzino Giuseppe Daciano -; per Anteo la peste diventa una grande metafora della punizione di Dio per la corruzione dei costumi, che dominava il genere umano; convinzione diffusa a livello popolare come aveva scritto pure l’Amaseo: «Ma da qualunque causa fosse proveniente, per universal iuditio fu reputato esser discesa dal divino flagello, imperochè se mai per avanti fo cognosuta l’ira di Dio sopra altri lochi…» Il poemetto lo scrive in latino probabilmente per il prestigio, che procurava questa lingua, ma anche per un certo qual senso di frustrazione e con un non malcelato intento polemico nei confronti degli altri più famosi Cillenio, Nicolò senior e Raffaele.

Quando Anteo scrive si avverte una profonda tensione socio-culturale, vuoi per il diffondersi anche in Friuli e in Carnia – «morbida facta pecus» – delle dottrine protestanti (Ferigo), vuoi soprattutto per l’affermarsi di nuovi costumi e nuovi valori, in quanto nella seconda metà del secolo «il regno dell’aristocrazia feudale finisce, e incomincia quello della borghesia cittadina […] composta in parte da commercianti arricchiti, in parte da notai, avvocati, medici, ecc.» (Leicht); anche a Tolmezzo si afferma questa classe sociale: «Vi sono buone case e cittadini assai ricchi» (Porcia), per il formarsi di una borghesia rurale, che fondava la sua ricchezza sul patrimonio fondiario, unito al commercio, a prestiti di denaro o sull’esercizio della professione notarile o forense. Un’epoca contrastata di transizione e di instabilità, che l’Autore puntualmente registra con inquietudine nel suo poemetto didascalico, dalla ostentata professione di fede tridentina, attraverso il quale ci offre uno spaccato della società rissosa e violenta del tempo molto realistico, grazie anche al suo osservatorio pubblico – Cancelliere del Comune – privilegiato.

Innanzitutto, la crisi e disgregazione della famiglia; dalla famiglia tale ‘peste’ si diffonde all’intera società. Le cause: Aumenta anche la scellerata brama d’argento e d’oro; si pratica pure l’usura: Oramai tutti accecati dalla smodata brama del denaro / praticano l’usura vietata dai Celesti. […] Il popolo si lascia corrompere […] / Ahimè ora anche la dignità giace vinta dal denaro. / Nessuna lealtà: é stata cacciata dall’oro: la giustizia é comprata. Segue la giusta punizione divina proprio attraverso la peste, appunto, una «dira et avara lues», che assume la figura della mitologica Erinne, uscita «e stigijs tartareisque locis».

Troviamo poi Nicolò Cillenio senior (senior e junior sono giunte mie, per distinguere nonno e nipote) con la sua opera in versi Psyches–Rhapsodiae duas [duae] (Di Psiche-Due rapsodie), molto complessa stilisticamente per gli arcaismi e ideologicamente, il quale, in odore d’eresia, dietro un’adesione di facciata, spesso ironica, al clima controriformistico, (col Concilio di Trento – 1545/1563 – inizia l’età della Controriforma e dell’Inquisizione) dimostra, con una grande apertura mentale e culturale, una profonda nostalgia per le origini greco-etrusche della cultura latino-italiana, esaltando la libera ed eclettica cultura umanistico-rinascimentale, soffocata dal cattolicesimo; il mondo metamorfico dell’alchimia; le teorie orientali di Zoroastro; l’esoterismo misterico delle antiche religioni nella figura centrale del mitico cantore Orfeo (Faccio presente che il nipote, Nicolò Cillenio junior é citato brevemente, per scarsità di documenti; fu figlio del più famoso Raffaele Cillenio, al quale é dedicata invece un’attenzione particolare e uno spazio molto ampio, in quanto autore di numerose opere in prosa e versi, in latino e in greco: é il maggiore degli umanisti tolmezzini). Nicolò Cillenio senior, é maestro a Tolmezzo negli anni Venti del secolo nella scuola pubblica, che veniva finanziata a volte con le settimine, a volte con le entrate dei dazi; maestro a Gemona negli anni Ottanta, certamente nel 1579-1580 (Baldissera); padre del celeberrimo Raffaele; sospetto di essere in rapporto con Marco Antonio Pichissino, che apparteneva ad un gruppo, in contatto tra l’altro con Pier Paolo Vergerio, in odore di eresia e, pertanto, sorvegliato dal Sant’Uffizio, i cui membri si radunavano per leggere e discutere i libri proibiti di Lutero e di altri riformatori: «Il 24 gennaio 1579, chiamato a deporre contro il suo anziano collega, il medico Cipriano Brancolino stipendiarius di Gemona testimoniò: “Esso Marco Antonio (Pichissino, N.d.R.) pratica strettamente col maestro di schola messer Nicolò Cillenio. […] Io credo che né l’uno né l’altro sii troppo divoto di messa, né delli offici divini, perché né l’uno né l’altro si vedon frequentarli”» (Ferigo). È necessario, pertanto, per la comprensione di quest’opera pluristratificata, tener conto che «il clima che si respirava a Tolmezzo e in Carnia nella seconda metà del XVI secolo era piuttosto pesante, e le interferenze e il controllo esercitato dalla chiesa perfino sulla vita privata delle famiglie e sui comportamenti quotidiani dei singoli era assoluto ed asfissiante, fin quasi all’oppressione» (Puppini).
Continua nella SECONDA PARTE.

 

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